L’Ora bUca, II edizione

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Giornalino scolastico Liceo B. Cairoli

– Vigevano –

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  • Legittima difesa, cosa cambia?
  • L’accesso alle informazioni è così scontato?
  • Le donne: muse di sé stesse
  • oceano

Ringraziamenti

Sofia Gandolfi, Alberto Negri, Bianca Maria Pazzi, Alessia Scaparra.

Un ringraziamento particolare alla professoressa Tacchini e a tutti voi lettori.

La Direzione

Legittima difesa, cosa cambia?

Lo scorso 4 Maggio la camera ha approvato la nuova legge sulla legittima difesa che passerà così al Senato: ora chi, trovandosi in casa propria o nel luogo di lavoro, si senta aggredito o minacciato, o creda minacciati e aggrediti i beni che gli appartengono, potrà reagire come crede, utilizzando le armi “legittimamente detenute” ed anche uccidendo. Il primo dei due emendamenti, infatti, prevede che, per la vittima di un’aggressione, la reazione sia considerata legittima difesa, quindi anche possibile con le armi, quando essa si verifichi “di notte”, con “violenza sulle persone o sulle cose”. Il secondo, invece, precisa l’esclusione della colpa di chi reagisce “in situazioni di pericolo attuale per la vita, per l’integrità fisica, per la libertà personale o sessuale”. Infine, nel caso in cui chi ha esercitato la legittima difesa sia stato indagato ma venga assolto, tutte le spese processuali e i compensi degli avvocati saranno a carico dello Stato. Un onere stimato in 295.200 euro a decorrere dal 2017.
Molte sono state le reazioni, favorevoli e contrarie, dai diversi schieramenti. In particolare in molti si sono soffermati sul fatto che, apparentemente, la proposta di legge si concentri unicamente sulle aggressioni che avvengano di notte. In realtà, andando a cercare sul sito della Camera, appare evidente come vi sia stato un fraintendimento e come, di fatto, la modifica all’art. 52 consideri legittima difesa, nei casi di violazione di domicilio:
• la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte;
• la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno.
Infine, inoltre, questo tipo di difesa non conoscerà più “l’eccesso” per il quale fino ad ora si poteva venire condannati ed essa potrà essere esercitata anche in ogni altro luogo “ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale”.
Risolta questa prima incomprensione di termini, si può facilmente costatare come questa proposta di legge generi non pochi dibattiti, tra chi ritiene che essa sia una mossa che tramuterà il nostro Paese in una sorta di Far-West, dove ognuno possa farsi “giustizia da solo” e chi, invece, chiede provvedimenti ben più forti per difendere le vittime di aggressioni e rapine.
Non vi è dubbio che la questione sia delicata e faccia emergere una serie di domande: se dovesse entrare un ladro saremo costretti a sparare? Questo provvedimento diminuirà il numero di furti? Non sarebbe più efficace porre pene più severe per il furto? Non è possibile che questo provvedimento faccia sì che i ladri e gli aggressori decidano di armarsi a loro volta?
Le questioni da dibattere sono dunque molteplici e richiederebbero un articolo ben più lungo. Dunque, per concludere ci si può chiedere cosa accada, invece, in quei Paesi in cui questa proposta di legge è realtà e, anzi, essa è ben più radicale. È il caso dell’America.
Un report del Congressional Research Service afferma, infatti, che negli Usa circolerebbero 357 milioni di armi da fuoco contro una popolazione di soli 318,9 milioni di persone. Secondo il report, il 20% dei possessori possiede il 65% delle armi.
Ciò è dovuto al secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che afferma: Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.
I suoi critici, tuttavia, fanno notare che si tratta di un articolo adottato il 15 dicembre 1791, in tempi decisamente differenti, con armi molto diverse: allora, moschetti che sparavano al massimo 2 o 3 colpi al minuto; oggi armi automatiche che arrivano a sparare anche 100 colpi al minuto.
Negli Stati Uniti inoltre vige un principio chiamato «Castle Doctrine». È un’espressione che deriva dalla common law inglese e dalla frase: «La casa di un inglese è il suo castello». In breve, la «Castle Doctrine» garantisce ai cittadini americani all’interno delle proprie case il diritto di proteggere loro stessi e gli altri anche attraverso l’utilizzo della forza, in alcuni casi letale. Non si tratta di una legge ma in alcuni Stati dell’Unione rappresenta un principio spesso incorporato nelle leggi stesse. Per quanto riguarda case e abitazioni ad esempio ci sono Stati in cui la Castle Doctrine è applicata in maniera più «forte»: in alcuni casi al padrone di casa non è richiesto di tentare di «ritirarsi» dal confronto prima di usare la forza. In Texas per esempio la Castle Doctrine si applica perfino alle automobili e ai luoghi di lavoro. Non è richiesto un tentativo di defilarsi dalla situazione ed è giustificato l’uso immediato della forza anche letale quando qualcuno tenti di entrare illegalmente usando la forza, in caso di tentativi di stupro, omicidio e furto. Cosa comporta ciò?

violenza Ad esempio che i decessi da arma da fuoco negli Stati Uniti (blu) siano nettamente superiori a quelli degli altri paesi sviluppati (rosso). Oltre a ciò, allargando la definizione di sparatorie di massa a quelle che coinvolgano almeno 4 persone, si scopre che solo nel 2015, negli Usa ve ne sono state 352. Senza contare il fatto che, con meno del 5% della popolazione mondiale, gli USA hanno circa il 25% della popolazione carceraria mondiale.

Per concludere è interessante osservare che i Kinder Sorpresa sono proibiti negli USA a causa di una legge che impedisce di introdurre materiale non commestibile all’interno di generi alimentari. Per contro, tuttavia, è possibile girare tranquillamente armati per le strade.

Sofia Gandolfi, V A sc

L’accesso alle informazioni è così scontato?

“La conoscenza tra le persone sta solo nel loro avere maggiore o minore accesso alla conoscenza”

Lev Tolstoj

Il 29 aprile le autorità turche hanno bloccato l’accesso a tutte le versioni linguistiche di Wikipedia ledendo il diritto di milioni di persone di accedere a informazioni storiche, culturali e scientifiche neutrali e munite di fonti verificabili.

La comunità di lingua italiana esprime la sua solidarietà alla popolazione turca e chiede il ripristino del libero accesso.

Qualsiasi cittadino italiano che in questi giorni provi ad eseguire una ricerca su Wikipedia, verrà accolto da queste brevi ma significative frasi: cos’è successo esattamente?

Il noto sito non è più accessibile in Turchia poiché è stato bloccato dall’Autorità delle comunicazioni che ha dichiarato che “Wikipedia è diventata la fonte di informazione per gruppi che conducono una campagna diffamatoria contro la Turchia nell’arena internazionale”.

Nonostante questa affermazione, sui social network, girano voci che ad irritare il governo turco siano stati dei cambiamenti in negativo apportati al profilo del presidente Erdogan.

In seguito Ankara ha fatto sapere che ritirerà tale provvedimento dal momento in cui l’enciclopedia on-line deciderà di aprire una sede in Turchia che rispetti la legislazione del paese, oltre che quella internazionale.

Il fondatore di Wikipedia non sembra però avere le intenzioni di avvicinarsi alle proposte turche, egli infatti ha affermato “L’accesso alle informazioni è fondamentale. Cittadini turchi io sarò sempre al vostro fianco nella battaglia per questo diritto”; nel frattempo il malcontento si diffonde in Turchia, anche nei partiti politici e in parlamento dove un deputato del partito repubblicano del Chp ha dichiarato “Ormai siamo come la Corea del Nord”.

Tutto ciò non è nuovo nella nazione turca, infatti sono stati chiusi, a partire dal maggio 2016, circa 111mila siti, in particolare dal 2008 al 2010 era stato oscurato anche Youtube e nel 2014 questa sorte era toccata a Twitter (che fu sbloccato poco tempo dopo).

Questi continui oscuramenti, oltre che essere un grave problema per la popolazione la quale è stata “costretta” ad imparare ad utilizzare il Vpn (un sistema privato che concede di accedere al web senza essere identificati), danneggiano l’immagine di un paese sempre più chiuso.

La notizia ha creato diverso scalpore e ha evidenziato tutti i problemi di cui risente oggi il circolo di informazioni (come fake news, le post verità…) ma ha soprattutto fatto sorgere diverse domande, tra cui: è possibile che ancora nel 2017 accadano certe cose? In Turchia è così facile come crediamo accedere a qualsiasi tipo di informazione? Quanto il diritto di parola è ancora limitato dalla censura? Ma soprattutto, come faranno gli studenti turchi senza Wikipedia?

Alberto Negri, V A sc,

 Le donne: muse di sé stesse

Fin dalle prime forme d’arte le donne sono sempre state le muse degli uomini, sia che si tratti di scrittori, sia di musicisti, sia di pittori.
Prendiamo per esempio Petrarca e la sua Laura o Victorine-Louise Maurent, la modella dei quadri di Manet, e ancora tutte quelle donne, vere o no, che sono il titolo di canzoni di musicisti.
Ma le donne con il tempo sono diventate sempre più forti, prendendo consapevolezza di quella che può essere la loro potenza, diventando così muse di se stesse.
Tante sono le donne che nel corso della loro vita sono riuscite a costruirsi una propria strada.
Pensiamo a Frida Kahlo che dopo un grave incidente fu costretta a passare anni di riposo a letto, nei quali impegnò il suo tempo nella pittura e nelle letture. Fu così che iniziò a dipingere la serie dei suoi autoritratti, dei quali ne regalò uno al ragazzo di cui era innamorata, e affermando.

“Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio”

Ma più recente è il discorso tenuto dalla cantante Madonna, riguardante quanto sia più difficile la vita delle donne anche all’interno del mondo dello spettacolo e della musica, quanto si sia più esposte a pregiudizi e falsità, e quanto si debba lottare per assicurarsi una posizione senza arrendersi davanti alle critiche.
Tante altre sono le donne che si sono conquistate un posto nel mondo: Coco Chanel, Marie Curie, Rosalind Franklin, Patti Smith.
Penso che davanti a questi esempi l’unica cosa che ci resti da fare sia onorarli, continuando a non sottovalutarci e a non lasciarci sottovalutare.

Alessia Scaparra, V C sc

Oceano

 

L’acqua mi accarezza la pelle, fresca, cristallina, mentre il sole mi riscalda dolcemente. Chiudo gli occhi e mi abbandono a queste meravigliose sensazioni.
Mi tornano in mente molti ricordi.
Mio padre mi porta al mare per la prima volta. Ho quattro anni: mamma è sulla spiaggia e ci guarda sorridendo. Io non capisco cosa sia quell’immensa quantità azzurra, cerco di prenderla ma mi sfugge dalle manine, ma io non mi arrendo e continuo a provarci. Papà mi conduce dove non tocco con i piedi, io mi spavento, urlo.
Ma c’è lui, mi tiene sollevato, mi mostra come galleggiare.
Mi insegnerà a nuotare.
Adesso ho otto anni. Ormai in acqua mi muovo agilmente, il mio papà mi porta su una barca. È di un suo amico appassionato di mari e oceani: è bianca con delle linee azzurre orizzontali sullo scafo, la cabina di pilotaggio ha vicino alla porta un salvagente bianco e rosso, a poppa vi è la scialuppa di salvataggio, bianca con il bordo dipinto dello stesso azzurro della barca.
Non abbiamo una meta precisa, siamo lì solo per ammirare il mare e le sue creature.
Vediamo delfini, meduse e pesci; facciamo delle immersioni e rimaniamo affascinati dall’ambiente subacqueo. Coralli,alghe, molluschi, si uniscono ai pesciolini in una danza unica e straordinaria.
È bellissimo. Sarei rimasto lì per sempre.
Dopo qualche giorno sorgono problemi. Una mattina sento parlare di una tempesta in arrivo entro sei ore, mentre noi ne impiegheremmo sette per tornare sulla terraferma. Papà mi dice che ci dirigiamo verso casa. A me dispiace, mi sto divertendo. E poi avevo visto in televisione delle imbarcazioni proseguire il proprio viaggio indisturbate dal maltempo. Non importa.
Nel cielo si stanno addensando nubi così nere come non ne avevo mai viste. Anche papà e il suo amico sono preoccupati.
Abbiamo ormai avvistato la costa quando inizia a piovere.
Ben presto non posso più stare sul ponte per la forza della pioggia. Si alza il vento e il mare si agita. Sento qualcosa che cade sul ponte.
Io sono sottocoperta, da solo, e guardo fuori dall’oblò, cercando di capire cosa sia successo.
All’improvviso entra papà. E’ fradicio, con il viso pallido e tirato, ha un graffio lungo tutta la guancia sinistra. Mi spavento.
Mi fa indossare un giubbotto di salvataggio sopra al k-way, mi fa uscire. La prima cosa che noto è che la barca è più bassa. Poi vedo l’amico di papà che sta mettendo in mare la scialuppa di salvataggio. Vi saliamo tutti e tre.
Papà mi raccomanda di non lasciare mai, per nessuna ragione, il legno della plancia.
Ci dirigiamo verso la spiaggia, è ancora un po’ lontana. Io vorrei aiutarli a remare, ma lui non vuole che lasci la presa.
Poco lontano la barca si sta inabissando velocemente, bianca e azzurra nel mare blu, agitato. Sembra un modellino nelle mani di un bambino.
Ho paura. Le onde si fanno più alte. Papà e il suo amico faticano sempre di più a manovrare la scialuppa.
Un muro d’acqua si alza alle nostre spalle, pronto a crollarci addosso.
“Andrea tieniti forte! Ti voglio bene!”
Sono state le sue ultime parole. Poi c’è stato solo lo scroscio dell’acqua.
Adesso socchiudo gli occhi. C’è ancora il sole, nessuna nuvola in vista. Mi abbandono ancora ai ricordi.
Ho diciotto anni. Sono stato per molto tempo lontano dal mare. Il suo richiamo è però troppo forte per me.
Mamma non è felice, non riesce a dimenticare. Le prometto che starò attento. Non è ancora riuscita a superare la morte di papà. Lei non aveva la sua passione per il mare. Preferiva le montagne, i boschi, e lì trascorreva le sue giornate non appena possibile. Quando aveva visto l’amore per il mare di papà in me aveva però deciso di assecondarci. Lei mi adora, e io la adoro. Entrambi amiamo papà.
Il cielo è terso, l’acqua calma. Osservo quell’immensa distesa cristallina pensando a tutto ciò che mi ha dato e a tutto ciò che mi ha tolto. Dei bambini corrono sulla spiaggia vicino a me, poi si lanciano in acqua. Un po’ più lontano una ragazza prende il sole su un materassino gonfiabile che galleggia. Mi avvicino e vedo dei pesciolini che scappano dai bambini.
M’inoltro e inizio a nuotare. L’acqua è fredda, l’aria, quando emergo, ancora di più.
Mi è mancata questa sensazione. Mi sento a casa, riesco a sentire la voce di papà che mi dice di non piegare le braccia, di non incurvare la schiena.
Arrivo agli scogli e scoppio a piangere.
Dai miei occhi chiusi scende una lacrima ancora adesso. Non riesco a fermarla. La lascio andare, per farla unire all’acqua salata. Un’altra parte di me nel mare.
Qualcosa mi sfiora la gamba. Apro gli occhi e guardo, cercando di non muovermi.
È un giovane esemplare di verdesca. Sorrido. Ormai sono rari. Non pare che voglia attaccarmi.
Ripenso a quando, a ventotto anni, sono andato a un acquario con la mia ragazza. La nostra fu una relazione breve. Lei guardava le creature marine solo per i loro colori vivaci, per i luoghi comuni che le caratterizzavano. Voleva fare un acquario basato su un famoso film con pesci pagliaccio, chirurgo, istrice, degli idoli moreschi, damigelle fasciate, gamberetti e stelle marine. Io ridevo quando lo diceva perché non sapeva di cosa parlava. Ci siamo amati, ma eravamo troppo diversi.
Quando ha visto un addetto alla manutenzione immergersi nella vasca degli squali era terrorizzata, era convinta che sarebbe stato sbranato. L’ho dovuta tranquillizzare e siamo rimasti lì finché l’uomo non è uscito sano e salvo.
Adesso ho trentotto anni, una moglie meravigliosa con le mie stesse passioni, il lavoro dei miei sogni.

Ho incontrato Maria otto anni fa, al lavoro. Mi servivano delle analisi su  campioni di sabbia, ma i risultati continuavano a essere sbagliati; a un tratto lei, che stava aspettando dietro di me per utilizzare il sistema di spettroscopia di raggi X a dispersione di energia (EDXS), m’interrompe spiegandomi che avevo sbagliato a calibrare. È stato il cosiddetto colpo di fulmine. Ci siamo sposati dopo un anno.
Il mio lavoro per un centro di ricerche marine è la mia passione, mi conduce in mare, negli oceani, mi fa stupire delle meraviglie della natura.
È proprio per questo che adesso sono qui. Lavoro. Solo che non è andata come mi aspettavo; le attrezzature per l’immersione erano difettose. Si è rotto il cavo e, quando me ne sono accorto, ero troppo lontano dalla nave e dalla costa.
Non sapendo in che direzione nuotare mi sono abbandonato alla corrente. Una tragedia o un miracolo, è ciò che può fare l’oceano.
I ricordi ritornano, e io lascio che arrivino.

Bianca Maria Pazzi, V C sc

Un caro saluto dalla redazione e un  augurio di buone vacanze.

Per qualcuno questo fine anno sarà il termine di un percorso, che sia l’avvio di una nuova ed entusiasmante avventura.

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