L’Ora bUca, II edizione digitale

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Giornalino scolastico Liceo B. Cairoli

– Vigevano –

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  • Intervista ai ragazzi dello scientifico!
  • Intervista al professor Fusani
  • Il ballo delle quinte
  • Orlando Cairoli Furioso
  • Amate!
  • Chi sono i giovani d’oggi?
  • San Nicola

 

Ringraziamenti

Giovanni Cingolani, Simone Manfredi, Marianna Ossola, Bianca Maria Pazzi, Federico Tonin e…. Ignoto.

Un grazie a 27029 Productions per la disponibilità nel fornire le foto dello spettacolo del Liceo di Natale e del ballo delle quinte.

Un ringraziamento particolare alla professoressa Tacchini, al Professor Colli, al professor Fusani, agli alunni Benedetta Sidonio e Matteo Felline, e a tutti voi lettori.

La Direzione

Intervista ai ragazzi dello scientifico

L’intervista non è qui, ma sul canale YouTube del giornalino! Ecco il link:

https://m.youtube.com/channel/UCVbM3kzvH6DE5yV280fCeNw

Simone Manfredi, V A sc,

Marianna Ossola, V B cl,

Benedetta Sidonio, I A sc,

Matteo Felline V E sc

 Intervista al professor Fusani

File_000B:        Questo non è il primo anno in cui lei organizza lo spettacolo del liceo. Da quanti anni si dedica a questa attività?
P:        In questo liceo da 4 anni, da quando sono arrivato

B:        Cosa ha scatenato in lei la vena artistica?
P.        Sono stato un bambino creativo fin da piccolo.
Mio nonno aveva un cinema per cui durante l’estate tutti i giorni io andavo al cinema e vedevo i film una o due volte; mi piaceva molto andare nella cabina del proiezionista e vedere come funzionava la moviola, il proiettore e capire come da quell’enorme nastro di celluloide ” uscissero” suoni e immagini in movimento. Poi quando io ero piccolo erano molto frequenti gli spettacoli del teatro dei burattini e gli spettacoli del teatro popolare; io sono originario della Luigiana e in Luigiana si pratica ancora l’arte del ” Maggio”. È stato vedendo le prime rappresentazioni del Maggio che ho incontrato l’epica dei paladini di Francia… Probabilmente qualcosa di quegli spettacoli è passato anche nell’Orlando Furioso che abbiamo fatto qui al Cairoli.

B:        Chi sono stati i suoi maestri?
P:        Posso dire che il primo maestro è stato un burattinaio che in piazza vecchia a Bergamo aveva il suo teatro di burattini in cui Gioppino si esibiva nelle sue mitiche performances. Si chiamava Benedetto Ravasio, ed è stato il maestro di tanti burattinai. Guardandolo lavorare io vedevo dal vivo cosa significa l’improvvisazione; sapeva a memoria più di 100 canovacci e li mescolava insieme con disinvoltura meravigliosa. Poi ho conosciuto Luigi Squarzina; da lui ho capito che fare teatro è un atto politico, sia che tu metta in scena Brecht, Goldoni o Eschilo. Lui faceva teatro politico. Poi ho incontrato Luca Ronconi. Lui mi ha aperto veramente la mente, mi ha fatto capire veramente cosa significa fare il regista… Cioè il testo è una macchina e il regista deve metterla in moto. Non deve interpretare, non deve spiegare al pubblico il significato delle opere che mette in scena. I significati sono una cosa che riguarda l’autore è il drammaturgo, l’interpretazione è una cosa che riguarda gli spettatori; capisci che in una prospettiva di questo genere ogni decoro diventa un orpello inutile. Quello che conta è la macchina scenica in funzione della macchina drammaturgica. Questo vuol dire fare il regista e a me l’ha insegnato Luca Ronconi. Poi ho incontrato tanti altri registi che mi hanno insegnato altre cosine… Come recitare, come far recitare… Ma questo è meno importante.

B:        Quali consigli ha da dare a noi giovani per favorire lo sviluppo di una creatività costruttiva?
P:        Prima di tutto direi che la creatività arriva all’ultimo, cioè, la creatività è il modo per dare forma a quello che si pensa o si sente e bisogna chiedersi se quello che si pensa o si sente sia davvero così originale da dover essere comunicato agli altri. Quindi prima di tutto bisogna cercare di costruirsi una coscienza critica; Vittorini diceva che la cultura è la forza umana che avverte l’esigenza di un cambiamento e ne da coscienza al mondo, credo che voi giovani dovreste impegnarvi per superare le opinioni correnti e costruire prima di tutto la vostra consapevolezza, poi la forma ” viene da se'”. Esistono decine di manuali sia di scrittura creativa sia di arti visive, di sceneggiatura, di cinematografia… Vanno tutti bene , l’ unico testo che mi sento di consigliare è ” la Grammatica della fantasia” , di Rodari perché suggerisce tanti esercizi interessanti, e non è solo tecnica.

B:        Ha qualche aneddoto da raccontare?
P:        Cinquantamila!
Mi ricordo la prima volta che sono entrato in un vero teatro; era il teatro Donizzetti di Bergamo; ci aveva mandato la prof di francese per vedere un lavoro di Sartra che poteva esserci utile per la maturità. Quando il sipario si è aperto e sono usciti gli attori vivi… In carne e ossa, davanti a me, io tra me e me ho detto ” Ecco, quello è il posto dove voglio stare io” , e quel giorno la mia vita è cambiata… Anche se in realtà lo spettacolo era abbastanza mediocre, ma quello che mi aveva affascinato era ” il mezzo”.

B:        Qualche commento sulla performance di quest’anno?
P:        Il giudizio sul nostro spettacolo non può essere un giudizio artistico. Quello che conta quando si allestisce uno spettacolo come il nostro di Natale è che 120 studenti hanno provato l’emozione di salire sul palco e di mostrare alla città quello che hanno saputo preparare; hanno mostrato che sono capaci di unirsi tutti quanti per la realizzazione di un progetto collettivo… Un progetto artistico collettivo a cui ciascuno di loro ha dato il suo irripetibile contributo. Un piccolo miracolo. Poi che non tutto abbia funzionato in maniera perfetta e che ci siano stati pasticcetti, questo passa in secondo piano.

Bianca Maria Pazzi, IV C sc

Il ballo delle quinte

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Ottanta studenti dal passo pesante, impediti nelle movenze, tutt’altro che leggiadri nei movimenti, due ballerine dalla somma pazienza e un intero “ballo delle quinte” da mettere in piedi. Era questa la situazione che si prospettava agli occhi delle incaricate all’organizzazione del tradizionale ballo al sopraggiungere di ottobre.
Su quali brani ballare? Come disporre quaranta coppie di ballerini goffi e ingombranti sul raffinato palco del Cagnoni? Come motivare a dare del loro meglio coloro che erano stati amabilmente costretti a parteciparvi? Infinite erano le perplessità, quasi inesistenti le certezze.
Nonostante tutto si diede il via alle prove. Trovarsi una volta alla settimana sembrava non bastare, pareva quasi che i progressi fossero inesistenti, come se l’ora e mezza dedicata a tale scopo bastasse a malapena ad allineare le coppie. I perenni assenti e i ritardatari incalliti non facilitavano certo il velocizzarsi delle operazioni.
Ma all’improvviso tutto cambiò. Come scossi da un avvolgente torpore i ragazzi iniziarono a imparare con maggior rapidità. Che si trattasse di “Thinking out loud” di Ed  Sheeran o del brano “You are the one that i want” tratto dal celeberrimo musical i Grease, ogni passo sembrava naturale; anche quando si passò al più arduo brano ” Firework” di Pitbull, i risultati furono eccellenti. Insomma, al di là di ogni aspettativa e nonostante le consuete controversie riguardo alle disposizioni all’interno delle fila, il risultato fu fenomenale. Mai nessuno, osservando le prima prove, avrebbe pensato a un successo di tale portata. Per non parlare del divertimento…
Ognuno, che fosse in prima, terza o ultima fila ne rimase soddisfatto in maniera spropositata, sia per le prove sia per il ballo stesso. Fu un tripudio di emozioni, un’esperienza unica e indimenticabile, che resterà per sempre nei ricordi di tutti quei disgraziati che hanno deciso di partecipare al meraviglioso “ballo delle quinte”.

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Federico Tonin, V A classico

 

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Orlando Cairoli Furioso

Il mio personalissimo tributo ad una generazione uscente

Per la quarta volta in altrettanti anni le porte del Civico Teatro Cagnoni si aprono in una fredda e nebbiosa serata infrasettimanale di dicembre per accogliere il nostro Liceo e le sue storie, ancora una volta magistralmente sintetizzate dal prof. Fusani (prof, si ricorda che sono suo alunno vero?). La platea ci accoglie nella sua solita solenne veste e iniziamo subito a vedere, o meglio a guardare.

La Preside, non nel palchetto necessariamente presidenziale, ma comunque uno di quelli dell’ordine centrale, si scatta un selfie in compagnia del marito, aspettando l’entrata della figlia in scena, nella veste di una contadina.

Mentre sfilano vecchie e nuove conoscenze del Liceo, già una cosa inizia a mancare. Dai palchetti in alto a sinistra rispetto agli spettatori, infatti, non arrivano più le urla moleste di Bago (al secolo, per i profani, Riccardo Zorzoli) . I tempi stanno cambiando, Bago infatti è dietro le quinte.

Parenti ed affini e professori, immancabili, prendono posto, il sipario di apre.

Escono Raffa, vestito come un pinguino dalla discreta eleganza, Erica e Serena, loro invece sponsorizzate Domo Adami, anche se non per primi, come vorrebbe la tradizione. Le classiche battute di Fusani contro Fusani si sprecano.

Anastasia, davanti alle tre sorelle, i genitori e il suo ragazzo, rompe il ghiaccio con finezza. “IO NO SUCCHIALE!”. Cominciamo bene.

Apu (sempre per i profani, Iacopo Apuzzo) è a suo agio anche nel disagio di chi non sa quando entrare in scena e maschera il ritardo:”è lunga la strada da qui all’Islam…”. Circa un’ora dopo, sopraggiunta la sua pazzia, ci delizierà con un napoletano certamente tenuto vivo da papà Enzo con un “Je so’ pazzo”  dalla voce blues come poche altre.

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Nel frattempo che il terzo dei nostri quattro Rappresentanti di Istituto, Matteo, finisce sotto il suo stesso “cavallo” dopo aver mosso delle avances (e non solo) ad Angelica/Anastasia, il quarto, Abram detto Mihno, o viceversa, funge da gamba del tavolo nella locanda di una Federica delusa dalle scelte dei ruoli del già citato Fusani.

Vittoria è la strega/ninfomane Alcina, e dalla platea qualcuno si sente anche in dovere di fare il nome del suo ragazzo. Lei, con classe, impassibile, si limita a sorridere e va avanti.

Ludovico ci racconta con la voce di Sandro Piccinini la battaglia tra la “squadra” di Mado (al secolo, Niccolò Madonia) e quella degli islamici, poco dopo che Antonio/Dio e Sofia/arcangelo hanno sentito la necessità di colloquiare con lui, Carlo Mado (scusate, è stato più forte di me). Ah, Antonio è un altro di quelli che quando nessuno sa chi deve entrare, entra, e solo con la sua divina apparizione prende applausi.

Igor imita la prof. Allia a suo rischio e pericolo, Enrico è San Giovanni, Filippo Astolfo e Ico (Federico Ligori)… Beh Ico è il povero/privilegiato Medoro che alla fine conquisterà Angelica. “Fermati che mi soffochi!” “Eh, è la passione…” “No, è la mano sulla bocca…”.

Ludovica si muove con destrezza tarantiniana dietro e davanti la macchina da presa, mentre i suoi colleghi di quella 27029 che abbiamo imparato a conoscere dal video sullo sciopero (“Ludo perché bisognava scioperare oggi?” “ma perché sì [espressione blasfema] è tradizione!”) in poi riprendono il tutto.

Adolfo H., questo era solo un po’ pieno di sé…” . Il senno è riconquistato, Erica “smette di dire sciocchezze”, Norma  non spegne il microfono. Giù e su di nuovo il sipario. Ballo delle quinte.

Ora, questo momento fino a quest’anno era stato per Noi, per me, un qualcosa sì di emozionante, ma che mai avevamo sentito troppo vicino a noi, almeno nel tempo. Ma quando Alice e Gabriele, snodatissimi e non di certo sgradevoli nell’aspetto, guadagnano il centro del palco, il pensiero è “l’anno prossimo ci siam noi eh…” . La differenza di centimetri tra il già citato Riccardo e Benedetta in sfavore del primo, la coppietta tenere e omonima Ludovico+Ludovica, Teo ed Erica, Abram e Sofia e così via… Il tutto risolto in un sanissimo pogo finale. Giù il sipario, per la quarta volta in quattro anni.

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Forse perché sono solo un anno più grandi di noi e li sentiamo più vicini,

forse perché questo numero è un omaggio per loro e a loro e quindi dobbiamo fare della captatio,

forse per tutte queste cose, ma uscendo una cosa si riesce a dire:”mancheranno un po’ tutti”.

Inutile dire che ho citato nomi e persone senza chiedere il loro permesso, e non ne ho citate altre non per cattiveria ma per dimenticanza o “ignoranza”.

Inutile dire che spero che nessuno se ne risentirà.

Inutile dire che spero di aver reso un giusto omaggio a questa classe 1997 che stiamo tanto mitizzando, e che qualora non ci fossi riuscito potrete chiudere tranquillamente questo articolo proprio adesso.

Grazie. Di cuore.

Giù il sipario signori.

Giovanni Cingolani, IV B cl

Amate!

Esiste un periodo dell’anno in cui, complici i mass media, siamo maggiormente portati a Ornamento Di Natale, Glaskugeln, Aghi Di Pino, Abetefare del bene: è il Natale. È un periodo ricco di buoni propositi, di ottime intenzioni, che però svaniscono già la settimana seguente. Per quale ragione?

Forse perché ci pare sia troppo difficile cercare di mantenerli, troppo impegnativo  e… ce ne dimentichiamo!

Quando crediamo di non riuscire più a essere gentili, disponibili, dobbiamo pensare a come ci siamo sentiti quando abbiamo aiutato una persona: bene, non è vero? Allora, per quale motivo vogliamo smettere?

Se i social media hanno centinaia di versioni dell’ormai celeberrimo “odio tutti”, se i prodotti delle pubblicità mostrano famiglie o amici divisi per aumentare le vendite di un prodotto, fingendo di permettere una scelta più vasta e quindi una maggiore utilità, dobbiamo pensare che tali piattaforme propongono però anche modelli perfetti di stili di vita o persone; madri e padri che equilibrano magicamente famiglia, lavoro e tempo libero, figli che ottengono sempre il massimo dei risultati in tutti i campi, scuola, sport, realizzazione personale, un mondo pulito dove regna la pace.

Ovviamente quelli che ci vengono proposti sono ideali, irreali e forse impossibili da replicare nella vita reale?

Io penso che se ciascuno di noi ponesse un minimo impegno a far perdurare il  sentimento che ci pervade durante il periodo natalizio con gesti quotidiani carichi di  amore godremmo di un mondo armonico dove saremmo  in pace con le persone che ci stanno intorno, e forse  troveremmo così la vera felicità.

Auguri!

Bianca Maria Pazzi, IV C sc

 Chi sono i giovani di oggi?

Cari lettori,

mi è capitato qualche settimana fa di partecipare alla cena di compleanno di un nostro caro amico di famiglia.

Ero l’unica ragazza giovane tra i presenti, ma mi sono inserita volentieri nei vari discorsi che si sono susseguiti durante la serata, tra cinema e attualità.

Ad un certo punto la conversazione ha preso una piega particolarmente interessante, virando sulle nuove generazioni e sul loro modo di vivere.

In un attimo mi sono ritrovata otto paia di occhi puntati addosso e una quantità di domande a cui io non avevo davvero idea a come rispondere.Bello, Ragazze, Felice, Giovane, Sorridente, Persone

Eppure fu una, la più semplice e allo stesso tempo la più difficile, tra i quesiti che mi vennero rivolti quella sera che non mi ha fatto dormire per parecchie notti e che aveva risvegliato in me la voglia interrogarmi e di riflettere sulla società in cui vivo: chi sono i giovani di oggi?

Credo che per comprendere a fondo che cosa siamo diventati, è necessario spiegare il modo in cui ragioniamo, viviamo, ma soprattutto i mezzi che utilizziamo per comunicare con il mondo esterno.

Due sono gli elementi fondamentali che dobbiamo andare a considerare: i social network e la moda, l’uno strettamente collegato all’altro, anzi, oserei dire l’uno la conseguenza dell’altro.

I primi sono, assieme a internet, gli strumenti con cui noi non solo ci rapportiamo al mondo, ma anche alle persone.

Veniamo spesso criticati perché passiamo la maggior parte della nostre giornate appiccicati a degli schermi luminosi, distratti, quasi incapaci di vivere nel presente e proiettati in altri luoghi, in costante fuga dalla realtà.

Non posso certo negare questo persistente collegamento con un mondo virtuale che ha preso, tuttavia, delle connotazioni sempre più concrete, questo perenne contatto con persone diverse da quelle con cui ci troviamo, le quali, possono essere dall’altra parte del mondo, come a 100 m dalla posizione in cui ci troviamo.

Ragazza, Bello, All'Aperto, Ritratto, Al Di Fuori

E per quanto possa sembrare strano o anormale, possiamo considerare questo tipo di comportamento non come un totale estraniamento dalla realtà, ma al contrario il desiderio di sentirci parte di qualcosa, di poter sempre avere un interlocutore, di sentirci meno soli.

Facebook, come Whatsapp, sono presenti da pochi anni nella nostra vita, ma l’hanno cambiata radicalmente, tanto che oserei parlare di una vera e propria rivoluzione sociale.

Ora se si vuole trovare una persona, basta digitare il suo nome nella barra in alto sulla home di Facebook; se si vuole approcciare con un/a ragazzo/a basta aggiungerlo/a agli amici e mettere un mi piace a una sua foto, aspettando che ricambi, mentre i più coraggiosi tentano la sorte e gli/le scrivono in chat.

Ciò non vuol dire che sia stato bandito l’incontro al bar per prendere un caffè, ma è un passaggio successivo al primo approccio “mediatico”.

Ma oltre a darci la possibilità  di mantenere i contatti con persone lontane e vicine, i social network sono anche un mezzo per esprimere la nostra personalità, o per omologarla, di gridare le proprie idee, di condividere pezzi delle nostre vite con il resto del mondo, insomma, sono la possibilità che viene data a chiunque di dire

“ehi, ci sono anche io”.

Tuttavia non sono solo cambiate le modalità con cui avvengono i rapporti interpersonali, ma anche il modo in cui si trasmettono le informazioni, qualunque tipo di informazioni.

Sulla rete circolano liberamente articoli di attualità, esperimenti sociali, scoperte scientifiche, citazioni di scrittori e filosofi, propaganda politica, propaganda religiosa. E noi beviamo avidamente da questo fiume in piena, facilmente influenzabili e con metodi di giudizio assolutamente personali, ispirati da questa immediatezza grazie a cui possiamo apprendere qualunque nozione.

Se qualcosa ha il diritto di esistere, di essere ricordato, sarà sicuramente pubblicato su un social network, ma verrà dimenticato con la stessa facilità con cui milioni di persone hanno cliccato “mi piace”.

Quando accade un fatto di attualità che sfiora particolarmente la nostra sensibilità, come ad esempio gli ultimi attentati terroristici avvenuti a Parigi, tutti diventano improvvisamente esperti di politica, di storia contemporanea, di antropologia e di servizi segreti. E ti si accende la speranza che sotto questo velo di ipocrisia e di pseudocultura, stia venendo a galla quel poco umanità, che è davvero l’unica cosa che ci lega assieme come un sottile filo. Ma come è venuta, la bufera mediatica si dissolve, e le ragazzine riprendono a condividere frasi ad effetto come didascalia a foto in nudo, mentre i ragazzi scrivono centinaia di post commentando ogni minuto dell’ultima partita di calcio.

Prima per definire la rete ho utilizzato l’espressione “mondo virtuale che ha preso connotazioni sempre più concrete”, questo per indicare l’aspetto assolutamente reale che ha assunto negli ultimi 20 anni: non credete a chi ve lo presenta come un mondo parallelo, dove si ha una seconda vita e una personalità assolutamente distante da quella reale, internet non è solo questo. Noi siamo internet.

E lo dico con tanta certezza perché non è più un elemento superfluo di cui possiamo fare a meno, proprio come un mondo parallelo che possiamo eclissare grazie il tasto “arresta”: ciò che accade nella rete si riverserà nella vita reale, perché è parte integrante di essa.

Senza andarci a impergolare in situazioni complesse e con diverse chiave di letture, prendiamo come esempio il cyberbullismo.

Alcuni si sono chiesti perché mai oggi giorno moltissimi ragazzi si tolgono la vita dopo esser stati “bullizzati” sulla rete.

La domanda più ingenua che ho sentito rivolgermi ultimamente è stata: “non si potrebbe semplicemente spegnere il computer, il telefono o qualunque apparecchio elettronico si stia usando?”.

Certamente, ma essendo internet un potentissimo mezzo mediatico, nel giro di una sera tutta la tua scuola conoscerà il motivo della tua vergogna e in meno di 24 ore  l’intera città in cui vivi verrà al corrente del fatto.

Così un evento virtuale diventa causa di una sofferenza dolorosamente autentica.

Ripeto, noi siamo internet. Smettiamola di considerala un’entità trascendente che obbedisce a leggi a noi sconosciute, le leggi le facciamo noi.

Siamo noi che decidiamo cosa condannare e cosa inneggiare, ciò che deve ricevere fama e ciò che deve finire nell’oblio. E quello che ci “aiuta” maggiormente in questo percorso, è la moda.

Tuttavia quando uso questo termine non mi riferisco solamente al consumismo, o all’influenza dei costumi e dello stile dei giovani, ma è soprattutto una moda che influenza enormemente il modo di essere e di agire delle nuove generazioni.

Si parla di moda quando si sente i ragazzini parlare di erba a 13 anni, anche se la maggior parte di loro, l’erba vera, non l’hanno mai vista; si parla di moda quando le ragazzine della medesima età si sentono escluse dai discorsi con le amiche perché loro non hanno ancora avuto esperienze sessuali; si parla di moda quando una bambina di 10 anni dice alle sue compagne di non preoccuparsi se mangiano troppo nella pausa pranzo, perché poi le accompagnerà in bagno a mostrare loro come mettersi due dita in gola e risolvere il problema; si parla di moda quando una ragazzina di terza media minaccia di tagliarsi le vene se i genitori non la portano subito in discoteca.

Questo e molto altro ancora, mi fanno pensare a una involuzione, a una precoce decrescita, perché si stanno bruciando le tappe fondamentali che dall’infanzia ti lanciano nella pubertà, e infine nell’adolescenza.

Il risultato dunque è la formazione di nuovi individui che hanno un aspetto adulto, ma una mentalità che non protende al cambiamento, cristallizzato su comportamenti infantili.

Anche la visione del divertimento e dell’amore è alquanto mutata: entrambi sono qualcosa di cui si può usufruire senza controllo, senza alcuna presa di coscienza o responsabilità.

Il divertimento è ormai molto spesso associato alla droga leggera, ma in modo particolare all’alcol. Senza consumazione illimitata, una festa può risultare alquanto noiosa e poco promettente, e l’obbiettivo dell’adolescente medio al sabato sera è di uscire con gli amici a prendersi una sonora sbronza.

Ovviamente non bisogna generalizzare, ma la prima bevuta la liceo è come un rito di passaggio: tutti, bene o male, ci sono passati.

Il problema tuttavia è l’importanza che l’alcol sta acquisendo tra noi adolescenti.

Infatti bere non è più un elemento di contorno a diverse situazioni di svago, ma è lui stesso svago, è una corsa all’ebbrezza e al piacere, al vago, senza sapere bene cosa si stia facendo o con chi, ma è quella sensazione di euforica indeterminatezza sempre più ricercata da noi giovani. Non ci sfiora alcuna preoccupazione, c’è sempre quel brivido, quel gusto per un irragionevole avventura, che tuttavia può finire in esiti tutt’altro che piacevoli. Ed allora che la magia si spezza, e puoi leggere in quei occhi ubriachi quale delusione sia la ricerca della felicità.

Non importa cosa si è fatto la notta prima, la scusa migliore sarà “ero sbronzo”.

Ad ogni modo, il resto dei presenti non potrà che asserire, e ci sarà qualche pettegolezzo in più con cui riempirsi la bocca e far scivolare il tempo.

L’amore, invece, è vissuto con tutte contraddizioni del caso, con la stessa leggerezza con cui si beve fino all’oblio, senza pensare alle conseguenze, strappando solamente all’altro ciò che si vuole.

Si indossa delle maschere per sembrare ciò che non si è, si parla di un futuro insieme che in realtà non si sogna, ci si illude a vicenda per sentirsi meno soli.

Il sesso perde sempre di più il valore di un atto d’amore in cui ci si dona all’altro, siamo molto più consapevoli di noi stessi e del nostro corpo, ma ci buttiamo in relazioni vuote, alla disperata ricerca di un sentimento autentico.

Ci si mette assieme e ci si lascia con la stessa facilità con cui si cambia canzone su Youtube, perché la realtà delude le nostre aspettative. Perché conoscersi a fondo, è troppo complesso, troppo impegnativo.

Dunque si opta per delle relazioni usa e getta, superficiali, dove non ci si può fare male.

Ocean, Ragazza, A Piedi, Mare, Estate, Acqua, Vacanza

Siamo dunque la così detta “gioventù bruciata”, senza valori e senza Dio?

Forse. In realtà, ritengo che ci siamo solamente persi in una libertà più grande di noi, in un lassismo continuo, in una sfiducia senza riscatto, nella sempre più difficoltosa resa dei conti con la realtà, nella falsità, nelle aspettative deluse di chi sa solo guadare al passato.

Persi, in un sistema di valori che ci sembra estraneo.

Ma cosa sono questi valori di cui tutti parlano con tanta nostalgia?

Etimologicamente parlando, con questo termine ci si riferisce ai liquidi presenti nelle banche, ai possedimenti individuali.

Credo dunque che possiamo sostituire la parola “valore” con “serie di coordinate”, che ci aiutano ad affrontare la vita come fari nella notte profonda, bussole nel deserto dell’esistenza.

Ed ecco il “valore” della famiglia, dell’amore, della religione, del rispetto, dell’onestà ecc.ecc.

Non è vero che abbiamo perso completamente queste coordinate, semplicemente stiamo mettendo alla prova quello che prima non si sarebbe mai messo in discussione. Tentiamo. Ci perdiamo.

Questo è quello che siamo. Dei giocatori d’azzardo, dei profeti, dei creduloni, dei meschini individualisti, delle anime fragili, degli esseri pieni di passione.

Questi sono i giovani di oggi.

Marianna Ossola, V B cl

San Nicola

<< Prima o poi finirà tutto questo!>> Stava pensando Ethel.San Nicola, Vescovo, Cristiana, Cattolica

Era stanca di dover razionare il cibo, stanca di non sapere quando ne sarebbe arrivato altro, stanca di dover negare ai suoi figli qualche spuntino fuori pasto. Ma suo marito era stato chiaro. Erano in carestia, il grano era sempre più scarso e gli animali sempre più deboli.

Ogni giorno gli uomini del villaggio si spingevano sempre più lontano, per chiedere, implorare, qualcosa da mangiare. E ogni giorno tornavano sempre più deboli.

Ormai il cielo si stava scurendo, il sole lanciava i suoi ultimi raggi prima di essere definitivamente nascosto dalle montagne e far calare la fredda notte invernale. Ethel chiamò i suoi cinque bambini: Chantal, la maggiore e di una incredibile bellezza, Rubil e Rubin, due gemelli che avevano causato più di un problema, Tessa, che aveva sviluppato un’incredibile furbizia per sfuggire agli scherzi dei due fratelli maggiori, e Edgar, di appena 5 anni e principale vittima di Rubil e Rubin.

Non le piaceva che stessero fuori casa più del necessario, sopratutto da quando erano giunte voci riguardo a delle specie di demoni che attaccavano e depredavano i villaggi, ma anche perché le temperature si facevano sempre più fredde.

Tessa arrivò subito, seguita da Chantal, che teneva la mano di Edgar, mentre questi piangeva furiosamente.

<< Cos’è successo? È caduto?>> chiese.

<< Non usa il cervello, tutto qui.>> rispose noncurante Tessa.

<< Non usa il cervello! Cosa stai dicendo? Sei tu che non lo difendi!>> gridò Chantal.

<< Lo aiuto come tu hai aiutato me.>> disse melliflua Tessa. Ethel si chiedeva come facesse sua figlia a mantenere sempre la calma: non l’aveva mai vista nè piangere nè urlare.

<< Basta ragazze, dove sono i vostri fratelli?>> le interruppe rapidamente, prima che la situazione degenerasse.

<< Diavolo!>> singhiozzò Edgar fra le lacrime.

<< Non si dice!>> lo rimproverò sua madre.

<< No… Loro diavolo…>> cercò di dire il suo figlio minore, ma fu interrotto dalle sorelle spazientite.

<< Hanno trovato delle maschere dei Krampus e le hanno prese…>> iniziò Chantal

<< E sono andati a razziare altri villaggi, insieme ai loro amici.>>concluse Tessa

<< Non interrompermi mentre parlo!>> urlò Chantal.

Edgar pianse solo più forte.

<< Allora, adesso calmiamoci tutti! Papà tornerà presto, ormai è buio, quindi voi tre entrate in casa. Vado a cercare i vostri fratelli. Per quando torno dovrete essere pronti per cena e in silenzio. Non serve dare altre preoccupazioni!>> ordinò Ethel. Quindi si diresse verso il bosco, per recuperare i gemelli.

Non fece neppure in tempo ad urlare che tutto un gruppo di ragazzi emerse correndo dal sottobosco. Riconobbe i capelli rosso fuoco dei figli, e li prese entrambi per le orecchie. Quindi li condusse verso casa.

<< Mamma, no! No, ti prego!>> urlava Rubin.

<< Il diavolo sta venendo! Sta venendo a prenderci!>> gridava Rubil.

<< Ah sì? Scommetto che è perché voi non rispettate i comandamenti del Signore! Farebbe bene a punirvi!>> Ethel era arrabbiata. Molto.

Credeva di esser riuscita a far comprendere ai figli il messaggio di Dio, i suoi Comandamenti, ma a quanto pareva si sbagliava.

Fu solo una volta arrivata davanti a casa che vide ciò che stava accadendo; una ventina di ragazzini stava derubando il villaggio, strappando tutto ciò che pareva avesse un valore o fosse commestibile. Ma non fu questo a lasciarla basita; no, fu un bambino di circa dieci anni, che sembrava in tutto e per tutto come i suoi coetanei, non fosse stato per gli occhi.

Due braci ardenti.

Ethel afferrò subito la croce che teneva appesa a una catenella al collo, e iniziò a recitare il pater nostrum.

Il diavolo si voltò verso di lei, ridendo.

Presto a lui si unirono gli altri ragazzini.

La donna era sempre più spaventata, terrorizzata, per sé, per i suoi figli, per suo marito.

Erano al sicuro? Si augurava che il buon Dio li avrebbe protetti.

All’improvviso apparve un uomo, a cavallo, che si frappose fra lei e il demonio, nello stesso istante in cui lei svenne.

Quando qualche ora dopo si svegliò in casa, scoprì che l’uomo a cavallo era colui che in seguito verrà chiamato San Nicola, e che non solo aveva salvato il villaggio dal diavolo, ma aveva anche fatto portare abbastanza provviste da permettere di superare l’inverno con tranquillità.

Era il 25 dicembre.

Ignoto

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