L’Ora bUca, II edizione

logo giornalino

Giornalino scolastico Liceo B. Cairoli

– Vigevano –

Indice:logorifatto4.png

  • Legittima difesa, cosa cambia?
  • L’accesso alle informazioni è così scontato?
  • Le donne: muse di sé stesse
  • oceano

Ringraziamenti

Sofia Gandolfi, Alberto Negri, Bianca Maria Pazzi, Alessia Scaparra.

Un ringraziamento particolare alla professoressa Tacchini e a tutti voi lettori.

La Direzione

Legittima difesa, cosa cambia?

Lo scorso 4 Maggio la camera ha approvato la nuova legge sulla legittima difesa che passerà così al Senato: ora chi, trovandosi in casa propria o nel luogo di lavoro, si senta aggredito o minacciato, o creda minacciati e aggrediti i beni che gli appartengono, potrà reagire come crede, utilizzando le armi “legittimamente detenute” ed anche uccidendo. Il primo dei due emendamenti, infatti, prevede che, per la vittima di un’aggressione, la reazione sia considerata legittima difesa, quindi anche possibile con le armi, quando essa si verifichi “di notte”, con “violenza sulle persone o sulle cose”. Il secondo, invece, precisa l’esclusione della colpa di chi reagisce “in situazioni di pericolo attuale per la vita, per l’integrità fisica, per la libertà personale o sessuale”. Infine, nel caso in cui chi ha esercitato la legittima difesa sia stato indagato ma venga assolto, tutte le spese processuali e i compensi degli avvocati saranno a carico dello Stato. Un onere stimato in 295.200 euro a decorrere dal 2017.
Molte sono state le reazioni, favorevoli e contrarie, dai diversi schieramenti. In particolare in molti si sono soffermati sul fatto che, apparentemente, la proposta di legge si concentri unicamente sulle aggressioni che avvengano di notte. In realtà, andando a cercare sul sito della Camera, appare evidente come vi sia stato un fraintendimento e come, di fatto, la modifica all’art. 52 consideri legittima difesa, nei casi di violazione di domicilio:
• la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte;
• la reazione a seguito dell’introduzione nel domicilio con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno.
Infine, inoltre, questo tipo di difesa non conoscerà più “l’eccesso” per il quale fino ad ora si poteva venire condannati ed essa potrà essere esercitata anche in ogni altro luogo “ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale”.
Risolta questa prima incomprensione di termini, si può facilmente costatare come questa proposta di legge generi non pochi dibattiti, tra chi ritiene che essa sia una mossa che tramuterà il nostro Paese in una sorta di Far-West, dove ognuno possa farsi “giustizia da solo” e chi, invece, chiede provvedimenti ben più forti per difendere le vittime di aggressioni e rapine.
Non vi è dubbio che la questione sia delicata e faccia emergere una serie di domande: se dovesse entrare un ladro saremo costretti a sparare? Questo provvedimento diminuirà il numero di furti? Non sarebbe più efficace porre pene più severe per il furto? Non è possibile che questo provvedimento faccia sì che i ladri e gli aggressori decidano di armarsi a loro volta?
Le questioni da dibattere sono dunque molteplici e richiederebbero un articolo ben più lungo. Dunque, per concludere ci si può chiedere cosa accada, invece, in quei Paesi in cui questa proposta di legge è realtà e, anzi, essa è ben più radicale. È il caso dell’America.
Un report del Congressional Research Service afferma, infatti, che negli Usa circolerebbero 357 milioni di armi da fuoco contro una popolazione di soli 318,9 milioni di persone. Secondo il report, il 20% dei possessori possiede il 65% delle armi.
Ciò è dovuto al secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che afferma: Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.
I suoi critici, tuttavia, fanno notare che si tratta di un articolo adottato il 15 dicembre 1791, in tempi decisamente differenti, con armi molto diverse: allora, moschetti che sparavano al massimo 2 o 3 colpi al minuto; oggi armi automatiche che arrivano a sparare anche 100 colpi al minuto.
Negli Stati Uniti inoltre vige un principio chiamato «Castle Doctrine». È un’espressione che deriva dalla common law inglese e dalla frase: «La casa di un inglese è il suo castello». In breve, la «Castle Doctrine» garantisce ai cittadini americani all’interno delle proprie case il diritto di proteggere loro stessi e gli altri anche attraverso l’utilizzo della forza, in alcuni casi letale. Non si tratta di una legge ma in alcuni Stati dell’Unione rappresenta un principio spesso incorporato nelle leggi stesse. Per quanto riguarda case e abitazioni ad esempio ci sono Stati in cui la Castle Doctrine è applicata in maniera più «forte»: in alcuni casi al padrone di casa non è richiesto di tentare di «ritirarsi» dal confronto prima di usare la forza. In Texas per esempio la Castle Doctrine si applica perfino alle automobili e ai luoghi di lavoro. Non è richiesto un tentativo di defilarsi dalla situazione ed è giustificato l’uso immediato della forza anche letale quando qualcuno tenti di entrare illegalmente usando la forza, in caso di tentativi di stupro, omicidio e furto. Cosa comporta ciò?

violenza Ad esempio che i decessi da arma da fuoco negli Stati Uniti (blu) siano nettamente superiori a quelli degli altri paesi sviluppati (rosso). Oltre a ciò, allargando la definizione di sparatorie di massa a quelle che coinvolgano almeno 4 persone, si scopre che solo nel 2015, negli Usa ve ne sono state 352. Senza contare il fatto che, con meno del 5% della popolazione mondiale, gli USA hanno circa il 25% della popolazione carceraria mondiale.

Per concludere è interessante osservare che i Kinder Sorpresa sono proibiti negli USA a causa di una legge che impedisce di introdurre materiale non commestibile all’interno di generi alimentari. Per contro, tuttavia, è possibile girare tranquillamente armati per le strade.

Sofia Gandolfi, V A sc

L’accesso alle informazioni è così scontato?

“La conoscenza tra le persone sta solo nel loro avere maggiore o minore accesso alla conoscenza”

Lev Tolstoj

Il 29 aprile le autorità turche hanno bloccato l’accesso a tutte le versioni linguistiche di Wikipedia ledendo il diritto di milioni di persone di accedere a informazioni storiche, culturali e scientifiche neutrali e munite di fonti verificabili.

La comunità di lingua italiana esprime la sua solidarietà alla popolazione turca e chiede il ripristino del libero accesso.

Qualsiasi cittadino italiano che in questi giorni provi ad eseguire una ricerca su Wikipedia, verrà accolto da queste brevi ma significative frasi: cos’è successo esattamente?

Il noto sito non è più accessibile in Turchia poiché è stato bloccato dall’Autorità delle comunicazioni che ha dichiarato che “Wikipedia è diventata la fonte di informazione per gruppi che conducono una campagna diffamatoria contro la Turchia nell’arena internazionale”.

Nonostante questa affermazione, sui social network, girano voci che ad irritare il governo turco siano stati dei cambiamenti in negativo apportati al profilo del presidente Erdogan.

In seguito Ankara ha fatto sapere che ritirerà tale provvedimento dal momento in cui l’enciclopedia on-line deciderà di aprire una sede in Turchia che rispetti la legislazione del paese, oltre che quella internazionale.

Il fondatore di Wikipedia non sembra però avere le intenzioni di avvicinarsi alle proposte turche, egli infatti ha affermato “L’accesso alle informazioni è fondamentale. Cittadini turchi io sarò sempre al vostro fianco nella battaglia per questo diritto”; nel frattempo il malcontento si diffonde in Turchia, anche nei partiti politici e in parlamento dove un deputato del partito repubblicano del Chp ha dichiarato “Ormai siamo come la Corea del Nord”.

Tutto ciò non è nuovo nella nazione turca, infatti sono stati chiusi, a partire dal maggio 2016, circa 111mila siti, in particolare dal 2008 al 2010 era stato oscurato anche Youtube e nel 2014 questa sorte era toccata a Twitter (che fu sbloccato poco tempo dopo).

Questi continui oscuramenti, oltre che essere un grave problema per la popolazione la quale è stata “costretta” ad imparare ad utilizzare il Vpn (un sistema privato che concede di accedere al web senza essere identificati), danneggiano l’immagine di un paese sempre più chiuso.

La notizia ha creato diverso scalpore e ha evidenziato tutti i problemi di cui risente oggi il circolo di informazioni (come fake news, le post verità…) ma ha soprattutto fatto sorgere diverse domande, tra cui: è possibile che ancora nel 2017 accadano certe cose? In Turchia è così facile come crediamo accedere a qualsiasi tipo di informazione? Quanto il diritto di parola è ancora limitato dalla censura? Ma soprattutto, come faranno gli studenti turchi senza Wikipedia?

Alberto Negri, V A sc,

 Le donne: muse di sé stesse

Fin dalle prime forme d’arte le donne sono sempre state le muse degli uomini, sia che si tratti di scrittori, sia di musicisti, sia di pittori.
Prendiamo per esempio Petrarca e la sua Laura o Victorine-Louise Maurent, la modella dei quadri di Manet, e ancora tutte quelle donne, vere o no, che sono il titolo di canzoni di musicisti.
Ma le donne con il tempo sono diventate sempre più forti, prendendo consapevolezza di quella che può essere la loro potenza, diventando così muse di se stesse.
Tante sono le donne che nel corso della loro vita sono riuscite a costruirsi una propria strada.
Pensiamo a Frida Kahlo che dopo un grave incidente fu costretta a passare anni di riposo a letto, nei quali impegnò il suo tempo nella pittura e nelle letture. Fu così che iniziò a dipingere la serie dei suoi autoritratti, dei quali ne regalò uno al ragazzo di cui era innamorata, e affermando.

“Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio”

Ma più recente è il discorso tenuto dalla cantante Madonna, riguardante quanto sia più difficile la vita delle donne anche all’interno del mondo dello spettacolo e della musica, quanto si sia più esposte a pregiudizi e falsità, e quanto si debba lottare per assicurarsi una posizione senza arrendersi davanti alle critiche.
Tante altre sono le donne che si sono conquistate un posto nel mondo: Coco Chanel, Marie Curie, Rosalind Franklin, Patti Smith.
Penso che davanti a questi esempi l’unica cosa che ci resti da fare sia onorarli, continuando a non sottovalutarci e a non lasciarci sottovalutare.

Alessia Scaparra, V C sc

Oceano

 

L’acqua mi accarezza la pelle, fresca, cristallina, mentre il sole mi riscalda dolcemente. Chiudo gli occhi e mi abbandono a queste meravigliose sensazioni.
Mi tornano in mente molti ricordi.
Mio padre mi porta al mare per la prima volta. Ho quattro anni: mamma è sulla spiaggia e ci guarda sorridendo. Io non capisco cosa sia quell’immensa quantità azzurra, cerco di prenderla ma mi sfugge dalle manine, ma io non mi arrendo e continuo a provarci. Papà mi conduce dove non tocco con i piedi, io mi spavento, urlo.
Ma c’è lui, mi tiene sollevato, mi mostra come galleggiare.
Mi insegnerà a nuotare.
Adesso ho otto anni. Ormai in acqua mi muovo agilmente, il mio papà mi porta su una barca. È di un suo amico appassionato di mari e oceani: è bianca con delle linee azzurre orizzontali sullo scafo, la cabina di pilotaggio ha vicino alla porta un salvagente bianco e rosso, a poppa vi è la scialuppa di salvataggio, bianca con il bordo dipinto dello stesso azzurro della barca.
Non abbiamo una meta precisa, siamo lì solo per ammirare il mare e le sue creature.
Vediamo delfini, meduse e pesci; facciamo delle immersioni e rimaniamo affascinati dall’ambiente subacqueo. Coralli,alghe, molluschi, si uniscono ai pesciolini in una danza unica e straordinaria.
È bellissimo. Sarei rimasto lì per sempre.
Dopo qualche giorno sorgono problemi. Una mattina sento parlare di una tempesta in arrivo entro sei ore, mentre noi ne impiegheremmo sette per tornare sulla terraferma. Papà mi dice che ci dirigiamo verso casa. A me dispiace, mi sto divertendo. E poi avevo visto in televisione delle imbarcazioni proseguire il proprio viaggio indisturbate dal maltempo. Non importa.
Nel cielo si stanno addensando nubi così nere come non ne avevo mai viste. Anche papà e il suo amico sono preoccupati.
Abbiamo ormai avvistato la costa quando inizia a piovere.
Ben presto non posso più stare sul ponte per la forza della pioggia. Si alza il vento e il mare si agita. Sento qualcosa che cade sul ponte.
Io sono sottocoperta, da solo, e guardo fuori dall’oblò, cercando di capire cosa sia successo.
All’improvviso entra papà. E’ fradicio, con il viso pallido e tirato, ha un graffio lungo tutta la guancia sinistra. Mi spavento.
Mi fa indossare un giubbotto di salvataggio sopra al k-way, mi fa uscire. La prima cosa che noto è che la barca è più bassa. Poi vedo l’amico di papà che sta mettendo in mare la scialuppa di salvataggio. Vi saliamo tutti e tre.
Papà mi raccomanda di non lasciare mai, per nessuna ragione, il legno della plancia.
Ci dirigiamo verso la spiaggia, è ancora un po’ lontana. Io vorrei aiutarli a remare, ma lui non vuole che lasci la presa.
Poco lontano la barca si sta inabissando velocemente, bianca e azzurra nel mare blu, agitato. Sembra un modellino nelle mani di un bambino.
Ho paura. Le onde si fanno più alte. Papà e il suo amico faticano sempre di più a manovrare la scialuppa.
Un muro d’acqua si alza alle nostre spalle, pronto a crollarci addosso.
“Andrea tieniti forte! Ti voglio bene!”
Sono state le sue ultime parole. Poi c’è stato solo lo scroscio dell’acqua.
Adesso socchiudo gli occhi. C’è ancora il sole, nessuna nuvola in vista. Mi abbandono ancora ai ricordi.
Ho diciotto anni. Sono stato per molto tempo lontano dal mare. Il suo richiamo è però troppo forte per me.
Mamma non è felice, non riesce a dimenticare. Le prometto che starò attento. Non è ancora riuscita a superare la morte di papà. Lei non aveva la sua passione per il mare. Preferiva le montagne, i boschi, e lì trascorreva le sue giornate non appena possibile. Quando aveva visto l’amore per il mare di papà in me aveva però deciso di assecondarci. Lei mi adora, e io la adoro. Entrambi amiamo papà.
Il cielo è terso, l’acqua calma. Osservo quell’immensa distesa cristallina pensando a tutto ciò che mi ha dato e a tutto ciò che mi ha tolto. Dei bambini corrono sulla spiaggia vicino a me, poi si lanciano in acqua. Un po’ più lontano una ragazza prende il sole su un materassino gonfiabile che galleggia. Mi avvicino e vedo dei pesciolini che scappano dai bambini.
M’inoltro e inizio a nuotare. L’acqua è fredda, l’aria, quando emergo, ancora di più.
Mi è mancata questa sensazione. Mi sento a casa, riesco a sentire la voce di papà che mi dice di non piegare le braccia, di non incurvare la schiena.
Arrivo agli scogli e scoppio a piangere.
Dai miei occhi chiusi scende una lacrima ancora adesso. Non riesco a fermarla. La lascio andare, per farla unire all’acqua salata. Un’altra parte di me nel mare.
Qualcosa mi sfiora la gamba. Apro gli occhi e guardo, cercando di non muovermi.
È un giovane esemplare di verdesca. Sorrido. Ormai sono rari. Non pare che voglia attaccarmi.
Ripenso a quando, a ventotto anni, sono andato a un acquario con la mia ragazza. La nostra fu una relazione breve. Lei guardava le creature marine solo per i loro colori vivaci, per i luoghi comuni che le caratterizzavano. Voleva fare un acquario basato su un famoso film con pesci pagliaccio, chirurgo, istrice, degli idoli moreschi, damigelle fasciate, gamberetti e stelle marine. Io ridevo quando lo diceva perché non sapeva di cosa parlava. Ci siamo amati, ma eravamo troppo diversi.
Quando ha visto un addetto alla manutenzione immergersi nella vasca degli squali era terrorizzata, era convinta che sarebbe stato sbranato. L’ho dovuta tranquillizzare e siamo rimasti lì finché l’uomo non è uscito sano e salvo.
Adesso ho trentotto anni, una moglie meravigliosa con le mie stesse passioni, il lavoro dei miei sogni.

Ho incontrato Maria otto anni fa, al lavoro. Mi servivano delle analisi su  campioni di sabbia, ma i risultati continuavano a essere sbagliati; a un tratto lei, che stava aspettando dietro di me per utilizzare il sistema di spettroscopia di raggi X a dispersione di energia (EDXS), m’interrompe spiegandomi che avevo sbagliato a calibrare. È stato il cosiddetto colpo di fulmine. Ci siamo sposati dopo un anno.
Il mio lavoro per un centro di ricerche marine è la mia passione, mi conduce in mare, negli oceani, mi fa stupire delle meraviglie della natura.
È proprio per questo che adesso sono qui. Lavoro. Solo che non è andata come mi aspettavo; le attrezzature per l’immersione erano difettose. Si è rotto il cavo e, quando me ne sono accorto, ero troppo lontano dalla nave e dalla costa.
Non sapendo in che direzione nuotare mi sono abbandonato alla corrente. Una tragedia o un miracolo, è ciò che può fare l’oceano.
I ricordi ritornano, e io lascio che arrivino.

Bianca Maria Pazzi, V C sc

Un caro saluto dalla redazione e un  augurio di buone vacanze.

Per qualcuno questo fine anno sarà il termine di un percorso, che sia l’avvio di una nuova ed entusiasmante avventura.

Annunci

L’Ora bUca, I edizione

logo giornalino

Giornalino scolastico Liceo B. Cairoli

– Vigevano –

Indice:logorifatto4.png

  • Tracce di Memoria
  • Gli Open Day
  • La Notte Nazionale del Liceo Classico
  • Musica

Ringraziamenti

Simone Cavalleri, Marta Manazza, Alberto Negri, Bianca Maria Pazzi, Alessia Scaparra.

Un ringraziamento particolare alla professoressa Tacchini e a tutti voi lettori.

La Direzione

Tracce di Memoria

Venerdì 27 e sabato 28 Gennaio una delegazione del nostro Liceo si è recata nei campi di concentramento di Hersbruck e Flossemburg per visitare i luoghi di prigionia di Teresio Olivelli, ex studente del Liceo Classico. 

Arrivati a Hersbruck trovammo ad attenderci la nostra guida, Peter, che ci accompagnò nella chiesa dove cominciammo le celebrazioni in memoria dei deportati e nella quale si trova una lapide in memoria di Olivelli. Il campo venne demolito all’inizio degli anni ’50 per poter creare nuove costruzioni, dunque non resta più traccia del posto dove sono stati torturati 10 000 prigionieri. Restano ancora, tuttavia, dei ricordi del nazionalsocialismo, come ad esempio un dipinto raffigurante la Crocifissione in cui San Giovanni ha le fattezze di un ariano.

Iniziammo la commemorazione: i tedeschi intonarono un canto composto da un ragazzo prigioniero nelle carceri di Berlino mentre noi italiani recitammo la preghiera del Ribelle scritta da Teresio Olivelli. Dopo un Padre Nostro ognuno nella propria lingua ci spostammo in un’altra chiesa con il prete cattolico dove ci attendevano dei sacerdoti ortodossi e dei pastori luterani, che ci guardavano allo stesso tempo incuriositi e lieti della nostra presenza, e la comunità di Hersbruck. Erano presenti inoltre il sindaco, il presidente della regione e alcuni discendenti dei Sinti deportati.

Vennero letti i nomi di alcune vittime del nazismo, vennero suonati canti tipici dell’etnia Sinti, vennero raccontate storie di deportati e recitate preghiere: tutti uniti, nonostante la diversa fede religiosa, la diversa lingua, la diversa provenienza per ricordare gli orrori compiuti pochi decenni fa a qualche metro da noi e per sperare che nessuno osi più riprovarci.

Successivamente prendemmo parte a una fiaccolata e vicino alla statua “Ohne Namen” costruita dal sopravvissuto italiano Vittore Bocchetta terminammo con un ultimo discorso la commemorazione.

Il giorno successivo ci recammo al campo di Flossemburg, del quale Hersbruck era un sottocampo. Le case colorate, la neve che brillava al sole, il candido silenzio in cui era avvolta la cittadina creavano un’atmosfera di serenità surreale. La guida ci portò all’interno dell’edificio dove lavavano i prigionieri prima di metterli ancora bagnati all’esterno. I pavimenti e le pareti erano originali, su quelle piastrelle davanti a noi avevano camminato alcune delle persone più crudeli della storia dell’umanità. Dopo andammo alla mostra dove sono conservate lettere di Himmler, pigiami di prigionieri, la scodella e il cucchiaio per la zuppa… ma ciò che colpiva di più erano i volti. I sorrisi dei prigionieri prima che venissero catturati stringevano il cuore quasi quanto gli sguardi dei superstiti appena liberati, sguardi di terrore per il genere umano, di supplica alla loro unica speranza, di sofferenza estrema; sguardi dell’anima distrutta di chi ha subito le malvagità più indescrivibili.

C’erano anche le immagini di alcuni partigiani come Dietrich Bonhoeffer, ucciso a Flossemburg il 9 aprile 1944 e accusato di aver partecipato all’attentato contro Hitler del 20 luglio e le foto di alcune donne della resistenza francese.

Ad un certo punto mi ritrovai di fronte a un uomo giovane, lessi la biografia e la reazione istintiva fu quella di chiedere “Perché?” Era un uomo normale (infatti solo il 5% dei nazisti erano persone sadiche), come quelli delle immagini accanto. Come avevano potuto essere responsabili della fine di centinaia, se non migliaia di altre vite? Dove avevano trovato la forza di premere il grilletto, o di ordinare esecuzioni di massa. Come erano riusciti a non crollare di fronte alle loro vittime, dov’era finita la loro umanità?

Sono domande che non avranno mai risposta, non potremo mai capire né cosa abbia spinto persone normali a diventare pluriomicide, né, soprattutto, cosa abbiano dovuto subire degli innocenti, colpevoli di essere nati nel posto sbagliato al momento sbagliato o di non aver voluto abbandonare i loro ideali di giustizia e umanità.

Anche vedendo una parte di quello che era stato quel luogo, si faticava a credere che fosse tutto accaduto realmente, che non fossero solo storie dell’orrore. Purtroppo dobbiamo prendere atto di quello che è successo e impegnarci insieme, uniti come un popolo unico affinché non possano più accadere.

Marta Manazza, IV B sc

Gli Open Day

Nel mese di Dicembre il Liceo Cairoli, negli indirizzi Classico, Scientifico e Scienze Umane, ha aperto le proprie porte ai ragazzi delle Scuole Medie Inferiori con gli Open Night. Importante è stata l’affluenza sia degli studenti sia delle loro famiglie; si è offerta così l’opportunità di conoscere la Preside, gli insegnanti ed alcuni alunni nella presentazione delle attività e dei progetti che caratterizzano la nostra scuola.  L’evento, che si svolge già da anni, è diventato motivo di incontro tra gli studenti che già frequentano l’Istituto e i futuri alunni, infatti  un gruppo di liceali li ha  accolti presentando  poi le esperienze di studio e di svago vissute durante gli anni scolastici, trasmettendo  le  passioni e le  esperienze maturate durante i cinque anni trascorsi.    Gli argomenti sono stati vari, dalle Olimpiadi della matematica, sia singole sia a gruppi, alla settimana di alternanza scuola- lavoro, al concorso di latino Certamen Patristicum, sino alla esperienza degli stage a Broadstairs e della possibilità di un anno scolastico  di scambio culturale.

A ciò si sono affiancate le proposte del canto, della musica e dell’arte.

La serata è stata allietata da esibizioni teatrali, di musica e danza.

E’ stato questo un momento di incontro e di conoscenza, finalizzato a permettere  ai ragazzi che devono scegliere la nuova scuola di avere un assaggio di ciò che avviene all’interno del  Liceo, delle attività che si svolgono, sia attraverso la parola dei docenti che degli alunni stessi.

I futuri Liceali hanno così avuto la possibilità di confrontare i propri sogni e le proprie attitudini con l’offerta formativa.

Durante tutta la serata si è respirata la piacevole aria di una grande famiglia pronta ad accogliere e crescere le nuove generazioni.

Bianca Maria Pazzi, V C sc

La Notte Nazionale del Liceo Classico

La sera del 13 Gennaio si è svolta la prima edizione della notte bianca del Liceo Classico per il nostro Istituto e la terza a livello nazionale.

L’evento ha avuto inizio alle 18 con la lettura di alcuni versi dell’Antigone di Sofocle, per continuare poi con un’interessante tavola rotonda, guidata dell’ex preside Branca, in cui hanno partecipato alcuni ex alunni che hanno fatto carriera nel loro campo lavorativo.

Il clou della serata è stato gestito dagli alunni che hanno portato nelle classi diverse attività. Una parte dei componenti della 5° A e della 5° B si sono impegnati nella lettura e nel commento di versi di Leopardi e di alcuni classici, i restanti invece hanno analizzato le considerazioni sul mondo classico di brillanti studiosi come Massimo Cacciari e Luciano Canfora, la 4° A e la 4° B hanno messo in scena la Casina di Plauto e la Clizia di Machiavelli, fondendo il teatro dell’antica Roma a quello medioevale, mentre la 3° A e la 3°B hanno illustrato l’evoluzione della figura umana nel mondo Classico, gli alunni del biennio invece hanno intrattenuto i più piccoli raccontando loro favole e facendoli giocare.

La serata nel complesso ha visto una buona partecipazione del pubblico, che ha sostenuto con calorosi applausi e con entusiasmo le attività proposte dagli allievi e questo è sicuramente ottimo per l’immagine del nostro Liceo.

Simone Cavalleri, IV A cl

Musica

Con la musica riesci a comunicare con tutti nello stesso momento. La musica potrebbe salvare il mondo perché è un linguaggio che capiscono tutti.

La musica è una componente fondamentale nella nostra vita , essa più di ogni altra cosa tocca nel profondo le nostre emozioni prima con i suoni che con le parole e offre una miriade di stimoli dei quali, sovente, neanche ci accorgiamo.

Oggi, nel 2017, ci è data la possiilità di approcciarci alla musica in miliardi di modi e anche in questo campo la tecnologia è entrata a gamba tesa senza risparmiare nessuno e rendendo il tutto più accessibile e più comodo.

La nuova generazione infatti ha un approccio più veloce alla musica di quella di una trentina di anni fa , oggi tiriamo fuori i nostri smartphone, prendiamo le cuffie, attacchiamo il jack, scegliamo la canzone e , in qualsiasi luogo noi ci troviamo, la melodia inizia.

I nostri genitori invece, avevano la radio e il giradischi e questi oggetti legavano la musica ad ambienti specifici (come la casa, il bar…) e ad una condivisione con le persone circostanti. La maggior “novità” è dunque l’isolamento che caratterizza la nostra esperienza musicale, resa sempre più individuale anche a causa della tecnologia.

Come recuperare dunque la condivisione del valore musicale facendoci uscire dal nostro stretto e chiuso individualismo e creando rapporti interpersonali? È semplice, con i concerti. A tal proposito volevamo offrirvi una riflessione, sperando che dopo questo articolo possiate prendere l’iniziativa,andare ad un concerto e sentire il calore di altre persone ricordandovi che attorno a voi esistono molte altre persone.

Quando vai a un concerto entri in uno spazio grande, molto grande. Appena arrivi ti sembra che  non ci sia quasi nessuno e forse sono già le 18:30 e ti inizi a chiedere quando gli altri arriveranno, se si riempirà, se farà caldo o freddo, se andrà bene. 

Si fanno tante differenze al mondo, su qualsiasi cosa e ti senti criticato in qualunque momento della tua vita, anche se molte volte le persone non ti considerano neanche. Ma se c’è una differenza da evitare, che bisogna eliminare o che forse già non esiste è quella sul concerto. 

Cos’è un concerto? Che sia rock, che sia pop, rap o blues i concerti sono tutti i uguali. 

I concerti uniscono le persone che nella vita reale, al di fuori di quel piccolo mondo che si crea in due o tre ore, sono già abbastanza divise. 

Un concerto è la perfetta sincronizzazione del battito di mani di migliaia di persone, delle grida che escono dalla loro bocca, è l’accendersi di accendini e torce del telefono fino a creare come un cielo stellato il cui nucleo siamo proprio noi.

Un concerto è il pompare della batteria che si sostituisce a quello del tuo cuore, è il lasciare che la musica, qualunque essa sia, ti vibri nelle vene. 

E alla fine lo stadio si è riempito e ora state cantando tutti insieme e ciò che vi fa eccitare e scatenare è la voce degli altri, la loro energia, la loro potenza. 

E ora non siete più soli in quel grande stadio ma siete circondati da una grande famiglia, composta da completi sconosciuti a cui non importa se siete ricchi o poveri, neri, bianchi o asiatici, siete solo voi e questo a loro importa. 

Alla fine a un concerto partecipano due persone: quella formata da quella massa di corpi che si dimena a ritmo di musica e quella formata da quegli speciali individui sul palco che danno il cento per cento solo per voi, che vi dedicano il loro lato migliore, che vi rassicurano con i loro sorrisi e che vi fanno sentire speciali e liberi. 

E alla fine non siete più soli in quello stadio ma siete una famiglia e cantate e ballate tutti  insieme. 

E quando finirà non sarete più Soli.”

Alberto Negri, V A sc,

Alessia Scaparra, V C sc

L’Ora bUca, III edizione digitale

logo giornalino

Giornalino scolastico Liceo B. Cairoli

– Vigevano –

Indice:logorifatto4.png

 

  • Intervista ai ragazzi del classico!
  • Passione
  • Rientri pomeridiani: il gruppo di teatro di Alcide Fusani
  • Da alunni a insegnanti

 

Ringraziamenti

Patrizia Bruggi, Simone Manfredi, Marianna Ossola, Bianca Maria Pazzi.

Un ringraziamento particolare alla professoressa Tacchini, al Professor Colli, agli alunni Melika Masoudi e Abram Farina, e a tutti voi lettori.

La Direzione

Intervista ai ragazzi del classico

L’intervista è sul canale YouTube del giornalino! Ecco il link

Simone Manfredi, V A sc,

Marianna Ossola, V B cl,

Melika Masoudi, I A cl,

Abram Farina, V B cl

 Passione

Passione per il dizionario Treccani, nell’uso comune:

“Sentimento intenso e violento (perlopiù di attrazione o repulsione verso un oggetto o una persona) che può turbare l’equilibrio psichico e le capacità di discernimento e controllo … E più concretamente … Partecipazione profonda, per naturale inclinazione e con dedizione totale di sé”.

Personalmente penso che le passioni siano le emozioni che agitano la nostra vita, la catturano e la spingono verso nuove mete e permettono così che possa essere realmente vissuta.

È proprio nell’età adolescenziale che esse devono essere coltivate al fine di poter individuare il giusto percorso di crescita della conoscenza per il soddisfacimento del principio del piacere nell’età adulta. La scuola è il campo in cui allenarsi per il futuro usando come strumenti di formazione la passione, la creatività e la curiosità.

Con grande piacere ho potuto constatare il tentativo riuscito di cambiamento nella formazione della nuova generazione offerto da questo liceo, già mia scuola, che ha sostituito un insegnamento tradizionale con una scuola in cui un ventaglio di offerte formative permette, attraverso la riflessione, il confronto e la condivisione con il gruppo, di educare alla vita e alla consapevolezza dell’apprendimento globale per la crescita dell’individuo.

Patrizia Bruggi, V B sc A.S. 1981- 82

Rientri pomeridiani

Il gruppo di teatro di Alcide Fusani

Alle fatidiche due parole “rientro pomeridiano” lo studente medio, vessato ogni mattina dalla tripletta professoressa/e-verifica-interrogazione di turno, stanco nell’anima, con un livello di caffeina nel sangue che stenderebbe una mandria di bisonti, inorridisce.
Nel suo cervello un’unica immagine appare a intermittenza, meglio dell’insegna di una farmacia: il divano.
Ma dopo un più che meritato riposo, lo studente medio ha certamente una vita da vivere, ben diversa dalle dolci illusioni dei nostri docenti.
In sintesi, lo studente medio pensa “sti cazzi”, e se ne torna a casa.
Eppure esiste una cosa assai fastidiosa e incomprensibile (alla veneranda età di diciannove anni non ho ancora capito come funziona) che si chiama “credito informativo”, per cui si viene incitati vivamente a trangugiarsi un panino alle due e mezza del pomeriggio e tornare sui propri passi.
Un consiglio? Date un’occhiata al laboratorio di teatro del professore Alcide Fusani.
Dovete tendere bene l’orecchio e carpire ogni voce di corridoio, perché la notizia del primo incontro è più sfuggente della signora Laura, ma solitamente si aggira verso metà ottobre inizio novembre.
Superato il disagio di centrare data e orario, vi ritroverete in un’aula messa a disposizione per tale attività, che l’anno prossimo sarà proprio l’aula magna. È una volta lì… Che fare? Non abbiate paura, su, entrate.
Il gruppo del teatro è il più eterogeneo, folle e pieno di passione di tutta la scuola.
Nelle prime lezioni ci si conosce, si discute del nuovo spettacolo scritto dal professore e alcuni alunni, e sopratutto si scelgono le parti.
Inutile dirlo: quelle principali vanno ai ragazzi di quinta, che calcheranno per l’ultima volta il palco, mentre le parti secondarie e gli alberi parlanti andranno rispettivamente ai più audaci e agli assenti.
Una volta che a ognuno è stata assegnata una parte, si iniziano le prove dalle 14.30 fino alle 16.30, e si scatena l’inferno.
Dal fondo dell’aula si leva un “BONIIIIII” che zittisce tutti. No, non è il professor Fusani, è solo Vittorio Locatelli. Al coro si aggiungono solitamente altre imitazioni di consenso, con grande trionfo di versi e risate.
“SILENZIO, per favoreeeeee” sì questo è decisamente il professore, l’unico che sappia contenere un gruppo così numeroso e disperato.
Anche Veronica Previde Massara ha provato che cosa significhi scrivere le parti teatrali, gestire i ritardi dei partecipanti (temporali e mentali), procurarsi i costumi di scena, risolvere le incomprensioni, cercando di venire sempre incontro a tutti. A lei, un sincero grazie.
Ed è proprio durante queste lezioni che, come in ogni classe del resto, spicca chi è più portato per la recitazione, chi ha solo un grande coraggio e si butta senza vergogna, chi è bravo a fare il deficiente, e chi invece sembra timido e impacciato, ma la sua sola partecipazione è già prova di audacia. E alla fine, che tu sia un albero parlante o la presentatrice dello spettacolo, poco importa. Perché il gruppo di teatro ti dà l’occasione non solo di mettere alla prova te stesso e i tuoi limiti, ma ti insegna a superare crisi di interpersonali e di organizzazione, a gestire la paura, a comunicare il meglio possibile con il pubblico e con i tuoi compagni, e a sviluppare un’eccellente arte nell’improvvisare e inventare tutto di sana pianta (con l’arreso disappunto di Fusani).
Insomma, partecipare al gruppo di teatro significa tanto tanto divertimento e voglia di mettersi in gioco. Non abbiate paura di fare la figura degli idioti (vi parla una che nell’ultimo spettacolo sembrava fra Tufk con un enorme torta di polistirolo in braccio), perché i pomeriggi passati assieme, le prove, l’emozione dietro alle quinte, la gioia di avercela fatta, i festeggiamenti, queste sono le cose più improntanti che vi ricorderete dei cinque anni al Cairoli. Quindi fate tutto, sperimentate tutto, ritagliatevi del tempo e cercate di partecipare a questo tipo di attività, perché non significano sacrificio, ma vivere pienamente la vita da liceale

Marianna Ossola, V B cl

Da alunni a insegnanti

Il 14 maggio si è tenuta nell’Aula  Magna del Liceo Benedetto Cairoli di Vigevano la conferenza su Teresio Olivelli. Questo ragazzo fu alunno di questo liceo.

Il titolo della conferenza era ” Da allievo a maestro”; questo perché il giovane Olivelli è stato, nel corso della sua vita insegnante di valori sia per i suoi coetanei sia per i suoi docenti.

Nel 1938 aderì al fascismo, ma in una forma estremamente personale, contraddistinta da forti ideali religiosi e dal desiderio di cambiare dall’interno un pensiero che stava causando troppe vittime innocenti; nel 1943 mise fine alla sua vita politica nel partito, in seguito alle leggi razziali e alla degenerazione del nazionalismo voluta da Hitler, dopo aver compreso che il fascismo non poteva essere cambiato neanche dal proprio interno.

Si dedicò all’insegnamento ritenendo che la scuola fosse il luogo dell’impegno non dato da dottrine quasi trascendentali, ma dettato da ideali delle singole persone.

Olivelli ritenne fondamentale essere sempre fedele ai propri ideali, e morì per questo.

Aderì alla resistenza, ma non fu un militare, fu un intellettuale. Combatté per la libertà di pensiero, di opinione, di insegnamento.

Ci sarebbe molto da dire su questo giovane ucciso a soli  29 anni dopo essere stato picchiato a morte, bruciato, le cui ceneri sono state disperse; vorrei però focalizzarmi sul fatto che da alunno è divenuto insegnante di vita e di ideali. La sua scuola non aveva mura, era aperta, e lo seguiva ovunque andasse, le sue lezioni riguardavano l’identità delle persone, a cui esse devono essere sempre fedeli, i suoi allievi sono stati tutti coloro che l’hanno incontrato.

Al giorno d’oggi, in uno Stato in cui vige la libertà di pensiero e di espressione, i nostri professori non si fermano alle materie canoniche; attraverso messaggi più o meno diretti fanno trasparire il loro pensiero, creando momento di scontro e incontro, di condivisione di idee e arricchimento di conoscenze.

La scuola vera non si ferma alle lezioni prestabilite, alle lezioni imparate a memoria per prendere un voto; si spinge oltre, permette ai ragazzi di conoscere realtà, pensieri, opinioni, differenti, e di imparare a crescere cittadini del Mondo.

 

Bianca Maria Pazzi, IV C sc

L’Ora bUca, II edizione digitale

logo giornalino

Giornalino scolastico Liceo B. Cairoli

– Vigevano –

Indice:logorifatto4.png

  • Intervista ai ragazzi dello scientifico!
  • Intervista al professor Fusani
  • Il ballo delle quinte
  • Orlando Cairoli Furioso
  • Amate!
  • Chi sono i giovani d’oggi?
  • San Nicola

 

Ringraziamenti

Giovanni Cingolani, Simone Manfredi, Marianna Ossola, Bianca Maria Pazzi, Federico Tonin e…. Ignoto.

Un grazie a 27029 Productions per la disponibilità nel fornire le foto dello spettacolo del Liceo di Natale e del ballo delle quinte.

Un ringraziamento particolare alla professoressa Tacchini, al Professor Colli, al professor Fusani, agli alunni Benedetta Sidonio e Matteo Felline, e a tutti voi lettori.

La Direzione

Intervista ai ragazzi dello scientifico

L’intervista non è qui, ma sul canale YouTube del giornalino! Ecco il link:

https://m.youtube.com/channel/UCVbM3kzvH6DE5yV280fCeNw

Simone Manfredi, V A sc,

Marianna Ossola, V B cl,

Benedetta Sidonio, I A sc,

Matteo Felline V E sc

 Intervista al professor Fusani

File_000B:        Questo non è il primo anno in cui lei organizza lo spettacolo del liceo. Da quanti anni si dedica a questa attività?
P:        In questo liceo da 4 anni, da quando sono arrivato

B:        Cosa ha scatenato in lei la vena artistica?
P.        Sono stato un bambino creativo fin da piccolo.
Mio nonno aveva un cinema per cui durante l’estate tutti i giorni io andavo al cinema e vedevo i film una o due volte; mi piaceva molto andare nella cabina del proiezionista e vedere come funzionava la moviola, il proiettore e capire come da quell’enorme nastro di celluloide ” uscissero” suoni e immagini in movimento. Poi quando io ero piccolo erano molto frequenti gli spettacoli del teatro dei burattini e gli spettacoli del teatro popolare; io sono originario della Luigiana e in Luigiana si pratica ancora l’arte del ” Maggio”. È stato vedendo le prime rappresentazioni del Maggio che ho incontrato l’epica dei paladini di Francia… Probabilmente qualcosa di quegli spettacoli è passato anche nell’Orlando Furioso che abbiamo fatto qui al Cairoli.

B:        Chi sono stati i suoi maestri?
P:        Posso dire che il primo maestro è stato un burattinaio che in piazza vecchia a Bergamo aveva il suo teatro di burattini in cui Gioppino si esibiva nelle sue mitiche performances. Si chiamava Benedetto Ravasio, ed è stato il maestro di tanti burattinai. Guardandolo lavorare io vedevo dal vivo cosa significa l’improvvisazione; sapeva a memoria più di 100 canovacci e li mescolava insieme con disinvoltura meravigliosa. Poi ho conosciuto Luigi Squarzina; da lui ho capito che fare teatro è un atto politico, sia che tu metta in scena Brecht, Goldoni o Eschilo. Lui faceva teatro politico. Poi ho incontrato Luca Ronconi. Lui mi ha aperto veramente la mente, mi ha fatto capire veramente cosa significa fare il regista… Cioè il testo è una macchina e il regista deve metterla in moto. Non deve interpretare, non deve spiegare al pubblico il significato delle opere che mette in scena. I significati sono una cosa che riguarda l’autore è il drammaturgo, l’interpretazione è una cosa che riguarda gli spettatori; capisci che in una prospettiva di questo genere ogni decoro diventa un orpello inutile. Quello che conta è la macchina scenica in funzione della macchina drammaturgica. Questo vuol dire fare il regista e a me l’ha insegnato Luca Ronconi. Poi ho incontrato tanti altri registi che mi hanno insegnato altre cosine… Come recitare, come far recitare… Ma questo è meno importante.

B:        Quali consigli ha da dare a noi giovani per favorire lo sviluppo di una creatività costruttiva?
P:        Prima di tutto direi che la creatività arriva all’ultimo, cioè, la creatività è il modo per dare forma a quello che si pensa o si sente e bisogna chiedersi se quello che si pensa o si sente sia davvero così originale da dover essere comunicato agli altri. Quindi prima di tutto bisogna cercare di costruirsi una coscienza critica; Vittorini diceva che la cultura è la forza umana che avverte l’esigenza di un cambiamento e ne da coscienza al mondo, credo che voi giovani dovreste impegnarvi per superare le opinioni correnti e costruire prima di tutto la vostra consapevolezza, poi la forma ” viene da se'”. Esistono decine di manuali sia di scrittura creativa sia di arti visive, di sceneggiatura, di cinematografia… Vanno tutti bene , l’ unico testo che mi sento di consigliare è ” la Grammatica della fantasia” , di Rodari perché suggerisce tanti esercizi interessanti, e non è solo tecnica.

B:        Ha qualche aneddoto da raccontare?
P:        Cinquantamila!
Mi ricordo la prima volta che sono entrato in un vero teatro; era il teatro Donizzetti di Bergamo; ci aveva mandato la prof di francese per vedere un lavoro di Sartra che poteva esserci utile per la maturità. Quando il sipario si è aperto e sono usciti gli attori vivi… In carne e ossa, davanti a me, io tra me e me ho detto ” Ecco, quello è il posto dove voglio stare io” , e quel giorno la mia vita è cambiata… Anche se in realtà lo spettacolo era abbastanza mediocre, ma quello che mi aveva affascinato era ” il mezzo”.

B:        Qualche commento sulla performance di quest’anno?
P:        Il giudizio sul nostro spettacolo non può essere un giudizio artistico. Quello che conta quando si allestisce uno spettacolo come il nostro di Natale è che 120 studenti hanno provato l’emozione di salire sul palco e di mostrare alla città quello che hanno saputo preparare; hanno mostrato che sono capaci di unirsi tutti quanti per la realizzazione di un progetto collettivo… Un progetto artistico collettivo a cui ciascuno di loro ha dato il suo irripetibile contributo. Un piccolo miracolo. Poi che non tutto abbia funzionato in maniera perfetta e che ci siano stati pasticcetti, questo passa in secondo piano.

Bianca Maria Pazzi, IV C sc

Il ballo delle quinte

12764745_1564369873883025_5847596785218470502_o

Ottanta studenti dal passo pesante, impediti nelle movenze, tutt’altro che leggiadri nei movimenti, due ballerine dalla somma pazienza e un intero “ballo delle quinte” da mettere in piedi. Era questa la situazione che si prospettava agli occhi delle incaricate all’organizzazione del tradizionale ballo al sopraggiungere di ottobre.
Su quali brani ballare? Come disporre quaranta coppie di ballerini goffi e ingombranti sul raffinato palco del Cagnoni? Come motivare a dare del loro meglio coloro che erano stati amabilmente costretti a parteciparvi? Infinite erano le perplessità, quasi inesistenti le certezze.
Nonostante tutto si diede il via alle prove. Trovarsi una volta alla settimana sembrava non bastare, pareva quasi che i progressi fossero inesistenti, come se l’ora e mezza dedicata a tale scopo bastasse a malapena ad allineare le coppie. I perenni assenti e i ritardatari incalliti non facilitavano certo il velocizzarsi delle operazioni.
Ma all’improvviso tutto cambiò. Come scossi da un avvolgente torpore i ragazzi iniziarono a imparare con maggior rapidità. Che si trattasse di “Thinking out loud” di Ed  Sheeran o del brano “You are the one that i want” tratto dal celeberrimo musical i Grease, ogni passo sembrava naturale; anche quando si passò al più arduo brano ” Firework” di Pitbull, i risultati furono eccellenti. Insomma, al di là di ogni aspettativa e nonostante le consuete controversie riguardo alle disposizioni all’interno delle fila, il risultato fu fenomenale. Mai nessuno, osservando le prima prove, avrebbe pensato a un successo di tale portata. Per non parlare del divertimento…
Ognuno, che fosse in prima, terza o ultima fila ne rimase soddisfatto in maniera spropositata, sia per le prove sia per il ballo stesso. Fu un tripudio di emozioni, un’esperienza unica e indimenticabile, che resterà per sempre nei ricordi di tutti quei disgraziati che hanno deciso di partecipare al meraviglioso “ballo delle quinte”.

12764755_1564370057216340_578354140696947939_o

Federico Tonin, V A classico

 

12783664_1564370330549646_749641693439291642_o

Orlando Cairoli Furioso

Il mio personalissimo tributo ad una generazione uscente

Per la quarta volta in altrettanti anni le porte del Civico Teatro Cagnoni si aprono in una fredda e nebbiosa serata infrasettimanale di dicembre per accogliere il nostro Liceo e le sue storie, ancora una volta magistralmente sintetizzate dal prof. Fusani (prof, si ricorda che sono suo alunno vero?). La platea ci accoglie nella sua solita solenne veste e iniziamo subito a vedere, o meglio a guardare.

La Preside, non nel palchetto necessariamente presidenziale, ma comunque uno di quelli dell’ordine centrale, si scatta un selfie in compagnia del marito, aspettando l’entrata della figlia in scena, nella veste di una contadina.

Mentre sfilano vecchie e nuove conoscenze del Liceo, già una cosa inizia a mancare. Dai palchetti in alto a sinistra rispetto agli spettatori, infatti, non arrivano più le urla moleste di Bago (al secolo, per i profani, Riccardo Zorzoli) . I tempi stanno cambiando, Bago infatti è dietro le quinte.

Parenti ed affini e professori, immancabili, prendono posto, il sipario di apre.

Escono Raffa, vestito come un pinguino dalla discreta eleganza, Erica e Serena, loro invece sponsorizzate Domo Adami, anche se non per primi, come vorrebbe la tradizione. Le classiche battute di Fusani contro Fusani si sprecano.

Anastasia, davanti alle tre sorelle, i genitori e il suo ragazzo, rompe il ghiaccio con finezza. “IO NO SUCCHIALE!”. Cominciamo bene.

Apu (sempre per i profani, Iacopo Apuzzo) è a suo agio anche nel disagio di chi non sa quando entrare in scena e maschera il ritardo:”è lunga la strada da qui all’Islam…”. Circa un’ora dopo, sopraggiunta la sua pazzia, ci delizierà con un napoletano certamente tenuto vivo da papà Enzo con un “Je so’ pazzo”  dalla voce blues come poche altre.

12748070_1564369137216432_403265559771113131_o

Nel frattempo che il terzo dei nostri quattro Rappresentanti di Istituto, Matteo, finisce sotto il suo stesso “cavallo” dopo aver mosso delle avances (e non solo) ad Angelica/Anastasia, il quarto, Abram detto Mihno, o viceversa, funge da gamba del tavolo nella locanda di una Federica delusa dalle scelte dei ruoli del già citato Fusani.

Vittoria è la strega/ninfomane Alcina, e dalla platea qualcuno si sente anche in dovere di fare il nome del suo ragazzo. Lei, con classe, impassibile, si limita a sorridere e va avanti.

Ludovico ci racconta con la voce di Sandro Piccinini la battaglia tra la “squadra” di Mado (al secolo, Niccolò Madonia) e quella degli islamici, poco dopo che Antonio/Dio e Sofia/arcangelo hanno sentito la necessità di colloquiare con lui, Carlo Mado (scusate, è stato più forte di me). Ah, Antonio è un altro di quelli che quando nessuno sa chi deve entrare, entra, e solo con la sua divina apparizione prende applausi.

Igor imita la prof. Allia a suo rischio e pericolo, Enrico è San Giovanni, Filippo Astolfo e Ico (Federico Ligori)… Beh Ico è il povero/privilegiato Medoro che alla fine conquisterà Angelica. “Fermati che mi soffochi!” “Eh, è la passione…” “No, è la mano sulla bocca…”.

Ludovica si muove con destrezza tarantiniana dietro e davanti la macchina da presa, mentre i suoi colleghi di quella 27029 che abbiamo imparato a conoscere dal video sullo sciopero (“Ludo perché bisognava scioperare oggi?” “ma perché sì [espressione blasfema] è tradizione!”) in poi riprendono il tutto.

Adolfo H., questo era solo un po’ pieno di sé…” . Il senno è riconquistato, Erica “smette di dire sciocchezze”, Norma  non spegne il microfono. Giù e su di nuovo il sipario. Ballo delle quinte.

Ora, questo momento fino a quest’anno era stato per Noi, per me, un qualcosa sì di emozionante, ma che mai avevamo sentito troppo vicino a noi, almeno nel tempo. Ma quando Alice e Gabriele, snodatissimi e non di certo sgradevoli nell’aspetto, guadagnano il centro del palco, il pensiero è “l’anno prossimo ci siam noi eh…” . La differenza di centimetri tra il già citato Riccardo e Benedetta in sfavore del primo, la coppietta tenere e omonima Ludovico+Ludovica, Teo ed Erica, Abram e Sofia e così via… Il tutto risolto in un sanissimo pogo finale. Giù il sipario, per la quarta volta in quattro anni.

12771632_1564370520549627_4911837160055689172_o

Forse perché sono solo un anno più grandi di noi e li sentiamo più vicini,

forse perché questo numero è un omaggio per loro e a loro e quindi dobbiamo fare della captatio,

forse per tutte queste cose, ma uscendo una cosa si riesce a dire:”mancheranno un po’ tutti”.

Inutile dire che ho citato nomi e persone senza chiedere il loro permesso, e non ne ho citate altre non per cattiveria ma per dimenticanza o “ignoranza”.

Inutile dire che spero che nessuno se ne risentirà.

Inutile dire che spero di aver reso un giusto omaggio a questa classe 1997 che stiamo tanto mitizzando, e che qualora non ci fossi riuscito potrete chiudere tranquillamente questo articolo proprio adesso.

Grazie. Di cuore.

Giù il sipario signori.

Giovanni Cingolani, IV B cl

Amate!

Esiste un periodo dell’anno in cui, complici i mass media, siamo maggiormente portati a Ornamento Di Natale, Glaskugeln, Aghi Di Pino, Abetefare del bene: è il Natale. È un periodo ricco di buoni propositi, di ottime intenzioni, che però svaniscono già la settimana seguente. Per quale ragione?

Forse perché ci pare sia troppo difficile cercare di mantenerli, troppo impegnativo  e… ce ne dimentichiamo!

Quando crediamo di non riuscire più a essere gentili, disponibili, dobbiamo pensare a come ci siamo sentiti quando abbiamo aiutato una persona: bene, non è vero? Allora, per quale motivo vogliamo smettere?

Se i social media hanno centinaia di versioni dell’ormai celeberrimo “odio tutti”, se i prodotti delle pubblicità mostrano famiglie o amici divisi per aumentare le vendite di un prodotto, fingendo di permettere una scelta più vasta e quindi una maggiore utilità, dobbiamo pensare che tali piattaforme propongono però anche modelli perfetti di stili di vita o persone; madri e padri che equilibrano magicamente famiglia, lavoro e tempo libero, figli che ottengono sempre il massimo dei risultati in tutti i campi, scuola, sport, realizzazione personale, un mondo pulito dove regna la pace.

Ovviamente quelli che ci vengono proposti sono ideali, irreali e forse impossibili da replicare nella vita reale?

Io penso che se ciascuno di noi ponesse un minimo impegno a far perdurare il  sentimento che ci pervade durante il periodo natalizio con gesti quotidiani carichi di  amore godremmo di un mondo armonico dove saremmo  in pace con le persone che ci stanno intorno, e forse  troveremmo così la vera felicità.

Auguri!

Bianca Maria Pazzi, IV C sc

 Chi sono i giovani di oggi?

Cari lettori,

mi è capitato qualche settimana fa di partecipare alla cena di compleanno di un nostro caro amico di famiglia.

Ero l’unica ragazza giovane tra i presenti, ma mi sono inserita volentieri nei vari discorsi che si sono susseguiti durante la serata, tra cinema e attualità.

Ad un certo punto la conversazione ha preso una piega particolarmente interessante, virando sulle nuove generazioni e sul loro modo di vivere.

In un attimo mi sono ritrovata otto paia di occhi puntati addosso e una quantità di domande a cui io non avevo davvero idea a come rispondere.Bello, Ragazze, Felice, Giovane, Sorridente, Persone

Eppure fu una, la più semplice e allo stesso tempo la più difficile, tra i quesiti che mi vennero rivolti quella sera che non mi ha fatto dormire per parecchie notti e che aveva risvegliato in me la voglia interrogarmi e di riflettere sulla società in cui vivo: chi sono i giovani di oggi?

Credo che per comprendere a fondo che cosa siamo diventati, è necessario spiegare il modo in cui ragioniamo, viviamo, ma soprattutto i mezzi che utilizziamo per comunicare con il mondo esterno.

Due sono gli elementi fondamentali che dobbiamo andare a considerare: i social network e la moda, l’uno strettamente collegato all’altro, anzi, oserei dire l’uno la conseguenza dell’altro.

I primi sono, assieme a internet, gli strumenti con cui noi non solo ci rapportiamo al mondo, ma anche alle persone.

Veniamo spesso criticati perché passiamo la maggior parte della nostre giornate appiccicati a degli schermi luminosi, distratti, quasi incapaci di vivere nel presente e proiettati in altri luoghi, in costante fuga dalla realtà.

Non posso certo negare questo persistente collegamento con un mondo virtuale che ha preso, tuttavia, delle connotazioni sempre più concrete, questo perenne contatto con persone diverse da quelle con cui ci troviamo, le quali, possono essere dall’altra parte del mondo, come a 100 m dalla posizione in cui ci troviamo.

Ragazza, Bello, All'Aperto, Ritratto, Al Di Fuori

E per quanto possa sembrare strano o anormale, possiamo considerare questo tipo di comportamento non come un totale estraniamento dalla realtà, ma al contrario il desiderio di sentirci parte di qualcosa, di poter sempre avere un interlocutore, di sentirci meno soli.

Facebook, come Whatsapp, sono presenti da pochi anni nella nostra vita, ma l’hanno cambiata radicalmente, tanto che oserei parlare di una vera e propria rivoluzione sociale.

Ora se si vuole trovare una persona, basta digitare il suo nome nella barra in alto sulla home di Facebook; se si vuole approcciare con un/a ragazzo/a basta aggiungerlo/a agli amici e mettere un mi piace a una sua foto, aspettando che ricambi, mentre i più coraggiosi tentano la sorte e gli/le scrivono in chat.

Ciò non vuol dire che sia stato bandito l’incontro al bar per prendere un caffè, ma è un passaggio successivo al primo approccio “mediatico”.

Ma oltre a darci la possibilità  di mantenere i contatti con persone lontane e vicine, i social network sono anche un mezzo per esprimere la nostra personalità, o per omologarla, di gridare le proprie idee, di condividere pezzi delle nostre vite con il resto del mondo, insomma, sono la possibilità che viene data a chiunque di dire

“ehi, ci sono anche io”.

Tuttavia non sono solo cambiate le modalità con cui avvengono i rapporti interpersonali, ma anche il modo in cui si trasmettono le informazioni, qualunque tipo di informazioni.

Sulla rete circolano liberamente articoli di attualità, esperimenti sociali, scoperte scientifiche, citazioni di scrittori e filosofi, propaganda politica, propaganda religiosa. E noi beviamo avidamente da questo fiume in piena, facilmente influenzabili e con metodi di giudizio assolutamente personali, ispirati da questa immediatezza grazie a cui possiamo apprendere qualunque nozione.

Se qualcosa ha il diritto di esistere, di essere ricordato, sarà sicuramente pubblicato su un social network, ma verrà dimenticato con la stessa facilità con cui milioni di persone hanno cliccato “mi piace”.

Quando accade un fatto di attualità che sfiora particolarmente la nostra sensibilità, come ad esempio gli ultimi attentati terroristici avvenuti a Parigi, tutti diventano improvvisamente esperti di politica, di storia contemporanea, di antropologia e di servizi segreti. E ti si accende la speranza che sotto questo velo di ipocrisia e di pseudocultura, stia venendo a galla quel poco umanità, che è davvero l’unica cosa che ci lega assieme come un sottile filo. Ma come è venuta, la bufera mediatica si dissolve, e le ragazzine riprendono a condividere frasi ad effetto come didascalia a foto in nudo, mentre i ragazzi scrivono centinaia di post commentando ogni minuto dell’ultima partita di calcio.

Prima per definire la rete ho utilizzato l’espressione “mondo virtuale che ha preso connotazioni sempre più concrete”, questo per indicare l’aspetto assolutamente reale che ha assunto negli ultimi 20 anni: non credete a chi ve lo presenta come un mondo parallelo, dove si ha una seconda vita e una personalità assolutamente distante da quella reale, internet non è solo questo. Noi siamo internet.

E lo dico con tanta certezza perché non è più un elemento superfluo di cui possiamo fare a meno, proprio come un mondo parallelo che possiamo eclissare grazie il tasto “arresta”: ciò che accade nella rete si riverserà nella vita reale, perché è parte integrante di essa.

Senza andarci a impergolare in situazioni complesse e con diverse chiave di letture, prendiamo come esempio il cyberbullismo.

Alcuni si sono chiesti perché mai oggi giorno moltissimi ragazzi si tolgono la vita dopo esser stati “bullizzati” sulla rete.

La domanda più ingenua che ho sentito rivolgermi ultimamente è stata: “non si potrebbe semplicemente spegnere il computer, il telefono o qualunque apparecchio elettronico si stia usando?”.

Certamente, ma essendo internet un potentissimo mezzo mediatico, nel giro di una sera tutta la tua scuola conoscerà il motivo della tua vergogna e in meno di 24 ore  l’intera città in cui vivi verrà al corrente del fatto.

Così un evento virtuale diventa causa di una sofferenza dolorosamente autentica.

Ripeto, noi siamo internet. Smettiamola di considerala un’entità trascendente che obbedisce a leggi a noi sconosciute, le leggi le facciamo noi.

Siamo noi che decidiamo cosa condannare e cosa inneggiare, ciò che deve ricevere fama e ciò che deve finire nell’oblio. E quello che ci “aiuta” maggiormente in questo percorso, è la moda.

Tuttavia quando uso questo termine non mi riferisco solamente al consumismo, o all’influenza dei costumi e dello stile dei giovani, ma è soprattutto una moda che influenza enormemente il modo di essere e di agire delle nuove generazioni.

Si parla di moda quando si sente i ragazzini parlare di erba a 13 anni, anche se la maggior parte di loro, l’erba vera, non l’hanno mai vista; si parla di moda quando le ragazzine della medesima età si sentono escluse dai discorsi con le amiche perché loro non hanno ancora avuto esperienze sessuali; si parla di moda quando una bambina di 10 anni dice alle sue compagne di non preoccuparsi se mangiano troppo nella pausa pranzo, perché poi le accompagnerà in bagno a mostrare loro come mettersi due dita in gola e risolvere il problema; si parla di moda quando una ragazzina di terza media minaccia di tagliarsi le vene se i genitori non la portano subito in discoteca.

Questo e molto altro ancora, mi fanno pensare a una involuzione, a una precoce decrescita, perché si stanno bruciando le tappe fondamentali che dall’infanzia ti lanciano nella pubertà, e infine nell’adolescenza.

Il risultato dunque è la formazione di nuovi individui che hanno un aspetto adulto, ma una mentalità che non protende al cambiamento, cristallizzato su comportamenti infantili.

Anche la visione del divertimento e dell’amore è alquanto mutata: entrambi sono qualcosa di cui si può usufruire senza controllo, senza alcuna presa di coscienza o responsabilità.

Il divertimento è ormai molto spesso associato alla droga leggera, ma in modo particolare all’alcol. Senza consumazione illimitata, una festa può risultare alquanto noiosa e poco promettente, e l’obbiettivo dell’adolescente medio al sabato sera è di uscire con gli amici a prendersi una sonora sbronza.

Ovviamente non bisogna generalizzare, ma la prima bevuta la liceo è come un rito di passaggio: tutti, bene o male, ci sono passati.

Il problema tuttavia è l’importanza che l’alcol sta acquisendo tra noi adolescenti.

Infatti bere non è più un elemento di contorno a diverse situazioni di svago, ma è lui stesso svago, è una corsa all’ebbrezza e al piacere, al vago, senza sapere bene cosa si stia facendo o con chi, ma è quella sensazione di euforica indeterminatezza sempre più ricercata da noi giovani. Non ci sfiora alcuna preoccupazione, c’è sempre quel brivido, quel gusto per un irragionevole avventura, che tuttavia può finire in esiti tutt’altro che piacevoli. Ed allora che la magia si spezza, e puoi leggere in quei occhi ubriachi quale delusione sia la ricerca della felicità.

Non importa cosa si è fatto la notta prima, la scusa migliore sarà “ero sbronzo”.

Ad ogni modo, il resto dei presenti non potrà che asserire, e ci sarà qualche pettegolezzo in più con cui riempirsi la bocca e far scivolare il tempo.

L’amore, invece, è vissuto con tutte contraddizioni del caso, con la stessa leggerezza con cui si beve fino all’oblio, senza pensare alle conseguenze, strappando solamente all’altro ciò che si vuole.

Si indossa delle maschere per sembrare ciò che non si è, si parla di un futuro insieme che in realtà non si sogna, ci si illude a vicenda per sentirsi meno soli.

Il sesso perde sempre di più il valore di un atto d’amore in cui ci si dona all’altro, siamo molto più consapevoli di noi stessi e del nostro corpo, ma ci buttiamo in relazioni vuote, alla disperata ricerca di un sentimento autentico.

Ci si mette assieme e ci si lascia con la stessa facilità con cui si cambia canzone su Youtube, perché la realtà delude le nostre aspettative. Perché conoscersi a fondo, è troppo complesso, troppo impegnativo.

Dunque si opta per delle relazioni usa e getta, superficiali, dove non ci si può fare male.

Ocean, Ragazza, A Piedi, Mare, Estate, Acqua, Vacanza

Siamo dunque la così detta “gioventù bruciata”, senza valori e senza Dio?

Forse. In realtà, ritengo che ci siamo solamente persi in una libertà più grande di noi, in un lassismo continuo, in una sfiducia senza riscatto, nella sempre più difficoltosa resa dei conti con la realtà, nella falsità, nelle aspettative deluse di chi sa solo guadare al passato.

Persi, in un sistema di valori che ci sembra estraneo.

Ma cosa sono questi valori di cui tutti parlano con tanta nostalgia?

Etimologicamente parlando, con questo termine ci si riferisce ai liquidi presenti nelle banche, ai possedimenti individuali.

Credo dunque che possiamo sostituire la parola “valore” con “serie di coordinate”, che ci aiutano ad affrontare la vita come fari nella notte profonda, bussole nel deserto dell’esistenza.

Ed ecco il “valore” della famiglia, dell’amore, della religione, del rispetto, dell’onestà ecc.ecc.

Non è vero che abbiamo perso completamente queste coordinate, semplicemente stiamo mettendo alla prova quello che prima non si sarebbe mai messo in discussione. Tentiamo. Ci perdiamo.

Questo è quello che siamo. Dei giocatori d’azzardo, dei profeti, dei creduloni, dei meschini individualisti, delle anime fragili, degli esseri pieni di passione.

Questi sono i giovani di oggi.

Marianna Ossola, V B cl

San Nicola

<< Prima o poi finirà tutto questo!>> Stava pensando Ethel.San Nicola, Vescovo, Cristiana, Cattolica

Era stanca di dover razionare il cibo, stanca di non sapere quando ne sarebbe arrivato altro, stanca di dover negare ai suoi figli qualche spuntino fuori pasto. Ma suo marito era stato chiaro. Erano in carestia, il grano era sempre più scarso e gli animali sempre più deboli.

Ogni giorno gli uomini del villaggio si spingevano sempre più lontano, per chiedere, implorare, qualcosa da mangiare. E ogni giorno tornavano sempre più deboli.

Ormai il cielo si stava scurendo, il sole lanciava i suoi ultimi raggi prima di essere definitivamente nascosto dalle montagne e far calare la fredda notte invernale. Ethel chiamò i suoi cinque bambini: Chantal, la maggiore e di una incredibile bellezza, Rubil e Rubin, due gemelli che avevano causato più di un problema, Tessa, che aveva sviluppato un’incredibile furbizia per sfuggire agli scherzi dei due fratelli maggiori, e Edgar, di appena 5 anni e principale vittima di Rubil e Rubin.

Non le piaceva che stessero fuori casa più del necessario, sopratutto da quando erano giunte voci riguardo a delle specie di demoni che attaccavano e depredavano i villaggi, ma anche perché le temperature si facevano sempre più fredde.

Tessa arrivò subito, seguita da Chantal, che teneva la mano di Edgar, mentre questi piangeva furiosamente.

<< Cos’è successo? È caduto?>> chiese.

<< Non usa il cervello, tutto qui.>> rispose noncurante Tessa.

<< Non usa il cervello! Cosa stai dicendo? Sei tu che non lo difendi!>> gridò Chantal.

<< Lo aiuto come tu hai aiutato me.>> disse melliflua Tessa. Ethel si chiedeva come facesse sua figlia a mantenere sempre la calma: non l’aveva mai vista nè piangere nè urlare.

<< Basta ragazze, dove sono i vostri fratelli?>> le interruppe rapidamente, prima che la situazione degenerasse.

<< Diavolo!>> singhiozzò Edgar fra le lacrime.

<< Non si dice!>> lo rimproverò sua madre.

<< No… Loro diavolo…>> cercò di dire il suo figlio minore, ma fu interrotto dalle sorelle spazientite.

<< Hanno trovato delle maschere dei Krampus e le hanno prese…>> iniziò Chantal

<< E sono andati a razziare altri villaggi, insieme ai loro amici.>>concluse Tessa

<< Non interrompermi mentre parlo!>> urlò Chantal.

Edgar pianse solo più forte.

<< Allora, adesso calmiamoci tutti! Papà tornerà presto, ormai è buio, quindi voi tre entrate in casa. Vado a cercare i vostri fratelli. Per quando torno dovrete essere pronti per cena e in silenzio. Non serve dare altre preoccupazioni!>> ordinò Ethel. Quindi si diresse verso il bosco, per recuperare i gemelli.

Non fece neppure in tempo ad urlare che tutto un gruppo di ragazzi emerse correndo dal sottobosco. Riconobbe i capelli rosso fuoco dei figli, e li prese entrambi per le orecchie. Quindi li condusse verso casa.

<< Mamma, no! No, ti prego!>> urlava Rubin.

<< Il diavolo sta venendo! Sta venendo a prenderci!>> gridava Rubil.

<< Ah sì? Scommetto che è perché voi non rispettate i comandamenti del Signore! Farebbe bene a punirvi!>> Ethel era arrabbiata. Molto.

Credeva di esser riuscita a far comprendere ai figli il messaggio di Dio, i suoi Comandamenti, ma a quanto pareva si sbagliava.

Fu solo una volta arrivata davanti a casa che vide ciò che stava accadendo; una ventina di ragazzini stava derubando il villaggio, strappando tutto ciò che pareva avesse un valore o fosse commestibile. Ma non fu questo a lasciarla basita; no, fu un bambino di circa dieci anni, che sembrava in tutto e per tutto come i suoi coetanei, non fosse stato per gli occhi.

Due braci ardenti.

Ethel afferrò subito la croce che teneva appesa a una catenella al collo, e iniziò a recitare il pater nostrum.

Il diavolo si voltò verso di lei, ridendo.

Presto a lui si unirono gli altri ragazzini.

La donna era sempre più spaventata, terrorizzata, per sé, per i suoi figli, per suo marito.

Erano al sicuro? Si augurava che il buon Dio li avrebbe protetti.

All’improvviso apparve un uomo, a cavallo, che si frappose fra lei e il demonio, nello stesso istante in cui lei svenne.

Quando qualche ora dopo si svegliò in casa, scoprì che l’uomo a cavallo era colui che in seguito verrà chiamato San Nicola, e che non solo aveva salvato il villaggio dal diavolo, ma aveva anche fatto portare abbastanza provviste da permettere di superare l’inverno con tranquillità.

Era il 25 dicembre.

Ignoto

L’Ora bUca, I edizione digitale

logo giornalino

Giornalino scolastico Liceo B. Cairoli

– Vigevano –

Indice:logorifatto4.png

  • E…via!
  • Questo è importante
  • Ben Arrivati!
  • Della “Politica” cairoliana
  • Il Ricordo, il Rispetto
  • Processo immaginario al signor Nessuno
  • Rimedi letterari per ogni malanno
  • Daphne

 

Ringraziamenti

Chiara Vittoria Borea, Anna Capuzzo, Giovanni Cingolani, Melika Masoudi, Bianca Maria Pazzi, Mariachiara Squillaci, Irene Zanardi e…. Ignoto.

 

Un ringraziamento particolare alla professoressa Tacchini, al Professor Colli, alla professoressa Miavaldi e a tutti voi lettori.

La Direzione

 

E… via!

Tradizione. È questa una parola “importante”, ricca di sfumature, e che vuole essere caratterizzante il Liceo Cairoli di Vigevano.

Il nostro Liceo: non solo un edificio del XIX secolo, in cui si entra, si seguono le lezioni e si esce; no, è dove trascorriamo gran parte del nostro tempo di adolescenti, stringiamo amicizie, talvolta litighiamo e, soprattutto, muoviamo i primi passi e ci formiamo per affrontare il Mondo  adulto.

Tutti noi ragazzi qui costituiamo una piccola città, con leggi, abitudini e tradizioni. Il giornalino è una di queste ultime.

Come ovunque, il tempo scorre, e si sviluppano nuove tecnologie; per questo abbiamo deciso di sfruttare una piattaforma digitale per favorire la diffusione del giornalino. Adesso lo potrete leggere semplicemente sul vostro smartphone, connettendovi a Internet.

Questo perché l’innovazione, unita alla tradizione, è molto importante; ci permette di stare al passo con i tempi mantenendo intatta la nostra identità culturale. Seguendo questo pensiero nel giornalino di quest’anno cercheremo di favorire contenuti multimediali, come video e foto, e assumeremo un taglio più simile a quello delle grandi testate creando rubriche e approfondimenti su tutto ciò che accade a scuola e a Vigevano.

Confidando nel fatto che vi piacerà, vi lascio a questa nuova, innovativa edizione de L’ora Buca!

liceoscientificoca_4f394e969aa65_full.jpg

Bianca Maria Pazzi, IV C sc

 

Questo è importante

All’inizio del mio quarto anno di liceo mi è stata affidata dal precedente detentore, Adham Aly, la direzione del giornalino scolastico del Liceo Cairoli. Questo perché l’anno prima avevo dato il mio contributo pubblicando alcuni articoli su tutti i numeri distribuiti, rispettando bene o male la data di scadenza. Adham inoltre era un mio buon amico e confidava nel fatto che avrei portato avanti questa tradizione. Dirigere il giornalino non è affatto una cosa semplice (dubito ci sia qualcuno che si illuda del contrario) e per questo necessitavo di un compagno. Dopo aver ricevuto svariati rifiuti, Adham fu in grado di trovare qualcuno che mi potesse dare una mano e con cui allo stesso tempo sarei andata d’accordo: Riccardo Bruggi. Finalmente ero pronta per iniziare.

IMG_1600.JPGDurante i primi giorni di scuola io e il mio condirettore ci siamo dati appuntamento in biblioteca con Chiara Ceccarelli, che si era occupata del giornalino insieme ad Adham negli anni precedenti, perché ci potesse indirizzare sulla via giusta parlandoci della sua esperienza. Ci indicò il programma che utilizzava per disporre e impaginare gli articoli, curandone anche la grafica, ci consigliò il posto più conveniente per farlo stampare e ci affidò i soldi che erano riusciti a guadagnare con le vendite. Esatto, ho scritto “guadagnare con le vendite”. Dovete sapere che una copia del giornalino in copisteria arriva a costare 60 centesimi, mentre il prezzo con cui uno studente può acquistarla è di 50 centesimi. Mi sarebbe piaciuto alzare il prezzo, ma Riccardo si è sempre opposto, in quanto la maggior parte degli studenti non era disposta a pagare nemmeno questa cifra. Chiara ci spiegò che lei e Adham erano riusciti a risparmiare qualcosa perché facevano stampare le copie del giornalino alla scuola, ma a noi non fu permesso. Per me e lui dunque non fu mai possibile guadagnare qualcosa per la scuola, ma solo rimetterci dei soldi.

Convocammo una riunione aperta a tutti gli studenti che erano interessati a scrivere qualcosa per la nostra scuola. Dopo aver deciso tutti insieme di mantenere il nome precedente del giornalino, L’Ora Buca, mi appuntai le proposte dei ragazzi per gli articoli e diedi una scadenza per la consegna. Solitamente davo agli studenti due settimane di tempo per scrivere qualcosa e speravo che la consegnassero in tempo. Ovviamente coloro che rispettavano la scadenza erano al massimo due per ogni numero ed ero costretta a fare una cosa che era per me molto spiacevole, ovvero mettere sotto pressione gli scrittori contattandoli privatamente. Era importante che rispettassero la scadenza perché io e Riccardo volevamo arrivare a pubblicare almeno quattro numeri in un anno, risultato bramato, ma mai ottenuto, neanche da Adham. Il tempo necessario per passare in ogni classe e cercare di venderlo, i ritardi nelle consegne degli articoli e nelle consegne dei soldi resero tutto questo impossibile. Il massimo che riuscimmo a fare fu pubblicare tre numeri durante il nostro quarto anno.

Mi permetto di mettere a disposizione la mia esperienza ai nostri eredi, perché possano fare meglio dei predecessori:

* Chiara e Adham durante le riunioni proponevano gli argomenti degli articoli, chiedendo magari a qualche studente di parlare della rivolta in Egitto della settimana prima o della situazione scolastica italiana. Con noi questa cosa non funzionava e decisi così di lasciare carta bianca. Non sono affatto sicura che la mia sia stata una buona scelta, perché il giornalino è andato piano piano perdendo la sua importanza, riportando articoli su argomenti a volte un po’ banali o addirittura stupidi. Però sono stata coerente nella mia scelta e questo è importante. Una volta uno studente mi ha consegnato uno scritto in cui elogiava un personaggio che dalla maggior parte degli studenti non era, per così dire, rispettato. Tutti mi dissero che non avrei dovuto pubblicarlo. Ma finchè io fossi stata la direttrice avrei permesso a chiunque di esprimere e il proprio pensiero. Anche questo è importante.

* Proteggete i vostri scrittori. Prima di passare gli articoli alla pazientissima professoressa Tacchini per la revisione, io ero solita correggere almeno gli errori ortografici, per far fare agli autori più bella figura. Mi sentivo un po’ una mamma.

Ricapitolando: mi dovevo assentare dalla classe per ore intere, dovevo interrompere le lezioni per chiedere soldi agli studenti, dovevo mettere sotto pressione i miei scrittori, dovevo correggere gli articoli prima di inviarli alla professoressa, perdevo interi pomeriggi per impaginare un numero e soldi per farlo stampare. Anche adesso sto scrivendo questo articolo da qualche ora, mentre dovrei studiare per gli esami. Vi starete chiedendo dunque perché lo facessi (o ancora lo stia facendo). Non saprei bene cosa rispondere a questa domanda. Mi sentivo così orgogliosa di essere la responsabile di questo mezzo di comunicazione, di questo metodo di espressione e creatività a disposizione del nostro liceo.

“Ero felice di fare questa cosa e di essere aiutata dai miei amici. Secondo me, anche questo è importante”.

Ciao a tutti i miei amici ancora lì dentro.

In bocca al lupo ai maturandi.

Un grazie al mio vecchio liceo.

Anna Capuzzo, ex 5A classico

 

Ben Arrivati!

Finita l’estate, tutti erano tristi per l’inizio della scuola, tranne noi primini. Non eravamo neanche felici, piuttosto terrorizzati e agitati.

IMG_1603.JPGOgnuno di noi si era fatto un’idea diversa sul liceo: alcuni pensavano sarebbe stato una specie di inferno, altri una scuola non più difficile di un istituto professionale. Ma la verità era che la maggior parte di noi è rimasto sorpreso il primo giorno di scuola.

Vittime della fila per due e del “state seduti durante il cambio dell’ora!”, a noi primini il liceo è parso come un dono dal cielo, dove ci sono le macchinette della merenda (che non funzionano), dove gli studenti si fanno sentire e soprattutto dove si è più autonomi. Certamente la quantità di studio è aumentata, ma in fondo ognuno di noi al momento dell’iscrizione ne era consapevole.

Insomma, un liceo grande, con le lavagne LIM, con le materie a cui si è più appassionati, sarebbe sembrato tutto perfetto! Ma non fu esattamente così… Perché seguire le lezioni, pur delle nostre materie preferite, con un soave cinguettare di un dissuasore che ti fa alterare già alla seconda ora non sta negli standard della perfezione, come nemmeno non poter accedere alle diverse aule a causa dei lavori in Aula Magna…

Alle medie c’erano i professori che non ci lasciavano fare nulla, qui è la struttura che è talmente vecchia che toglie alcuni servizi per un certo periodo di tempo. Ma in fondo non è colpa di nessuno, perché eravamo consapevoli anche della situazione strutturale al momento dell’iscrizione.

Complessivamente penso che ognuno di noi sia rimasto soddisfatto dei primi giorni al Liceo.

Melika Masoudi, I A cl

 

Della “Politica” cairoliana

Dagli albori di ottobre fino alla fine dello stesso mese, la vita all’interno del nostro caro Istituto è stata scossa nel profondo della sua quotidianità. Partendo dalla ricerca di firme all’interno delle prime fino ad arrivare all’Assemblea di Istituto, passando attraverso volantini, adesivi, striscioni, propaganda e contro-propaganda, goliardica o meno, tutto ciò verso un solo, ineluttabile, epilogo: il giorno del voto. Giorno che ci consegna le nuove rappresentanze, che siano di Istituto, di classe e provinciali. Tutto quanto avviene nelle circa tre settimane di propaganda è vissuto solitamente da noi alunni diversamente, a seconda di quanto ci sentiamo partecipi dello spirito che anima tutto ciò, oltre che con maggiore o minore consapevolezza in relazione all’“anzianità di servizio”  che abbiamo accumulato negli anni precedenti. Ma questo, probabilmente, sarebbe inutile raccontarlo, dato che ognuno, nel suo piccolo, lo vive.

Ma come lo vive un insegnante? Quali le sue riflessioni, l’immagine che arriva a lui/lei dei vari protagonisti, quali gli aspetti che ci fanno più onore e quali quelli che, per così dire, ce ne fanno un po’ meno, ai suoi occhi? Abbiamo deciso di affidare tutti questi-esistenziali-dubbi allo spirito critico e disincantato della prof.ssa Miavaldi, che ha deciso magnanimamente di provare a risolverli, non senza lanciare qualche frecciatina a destra e a mancina. Questo quanto ne è uscito.

G:           Prof, innanzitutto, un tipo di esperienza di questo genere, quale quella del percorso che porta poi a delle vere e proprie elezioni democratiche, viene ritenuto dagli insegnanti, e in particolare da lei, una perdita di tempo oppure un insegnamento alla “cittadinanza” molto più pregnante di qualsiasi lezione di educazione civica?

P:            Dipende, è decisivo l’atteggiamento. Se vissuto con un certo tipo di serietà e di impegno, è senz’altro un insegnamento importante, che educa ad un vivere democratico e all’assunzione di responsabilità. Diventa una perdita di tempo però quando i ragazzi creano una lista al solo fine di perdere ore di lezione e senza alcuna pretesa di essere eletti, ma anzi, sperano di evitarlo in ogni modo perché l’impegno risulterebbe troppo gravoso.

G:           Prima dell’Assemblea di Istituto si sono sentite alcune insegnanti raccomandare alle proprie alunne di adottare un atteggiamento, e in particolare un abbigliamento, consono, evitando eccessi. Alla luce della sua esperienza, fin dove un buon aspetto estetico e un certo modo di abbigliarsi in quell’occasione può colmare un deficit di proposte o, ancor peggio, di serietà?

P:            Sicuramente ciò che avviene spesso, specialmente nelle prime e in generale al biennio è il votare “il belloccio” o la “belloccia” o ancora coloro  che hanno un certo modo di proporsi e di farsi notare. Già durante il triennio, intervenendo un’auspicabile maturazione, riescono a discernere meglio chi può essere più accattivante ma ha meno serietà e chi invece bada meno all’apparenza e più alla sostanza. Alla fine mi sembra che il sistema risulti essere abbastanza meritocratico nel suo complesso.

G:           Una riflessione: focalizzando il campo, quando si parla di elezioni per il consiglio di classe è difficile che chi si è proposto per il consiglio di Istituto raccolga le preferenze dei suoi compagni di classe, oppure ancora che per il Consiglio di Istituto chi si è proposto raccolga molti voti dai suoi compagni di classe. Condivide, sì, no forse?

P:            Non ne sono così sicura, anzi. In due delle mie classi due ragazzi che si sono proposti per l’Istituto sono poi diventati rappresentanti di classe e in particolare uno di questi si è dimostrato molto più serio quando ha parlato per farsi eleggere in classe piuttosto che in assemblea di Istituto, probabilmente perché al di fuori del contesto del “volersi mettersi in mostra” di cui parlavamo prima.

G:           Sulla propaganda elettorale, invece. Volantini e adesivi non sono certo mancati all’interno delle classi e nei corridoi. Qual è il pensiero di un’insegnante a tal proposito?

P:            Esagerati, veramente; infatti, fra volantini e adesivi, la Dirigente ha deciso di porre un  limite, così come aveva fatto anche la professoressa  Furlano due anni fa. Poi circa i contenuti … Al di là di quelli seri, che, per carità, erano rispettabili e pieni di contegno, altri erano veramente imbarazzanti. Forse si ritorna al discorso di prima, chi non ha idee e serietà deve farsi notare in altri modi. Possiamo anche includerlo  in un concetto di goliardia, che va bene, però in alcuni messaggi quest’anno, così come in passato,  si è andati veramente oltre il limite della decenza.

G:           Parliamo del giorno dell’Assemblea di Istituto. Dalla prospettiva privilegiata della Curva la situazione non è sembrata particolarmente agitata. Vista dall’altro lato della barricata, sia in senso pratico sia in senso teorico?

P:            Decisamente meglio degli anni passati, probabilmente anche il luogo in cui siamo stati costretti a spostarci ci ha aiutato molto. Negli anni scorsi, ancora precedenti al tuo ingresso nella scuola, si erano visti lanci di banane, uova, caramelle… E tutto questo ricadeva poi sul lavoro delle bidelle, che si trovavano a pulire questa vera e propria poltiglia da terra. Quest’anno invece, la situazione si è rivelata decisamente più dignitosa e gestibile forse grazie a  spazi più ampi ed accoglienti e la condizione di doversi fermare, più o meno, perché il controllo era abbastanza alto [questo dalla Curva non sembrava affatto, anzi, era sembrato esattamente l’opposto, ndr]

G:           Per concludere velocemente visto che deve scappare. Lei è presente alle varie sedute del Consiglio di Istituto e dunque, a differenza nostra, può vedere cosa poi effettivamente fanno i Rappresentanti da noi eletti in sede ufficiale, al di là delle varie proposte che sono sotto i nostri occhi.

P:            Solitamente si tratta di persone meritevoli, che partecipano quasi sempre attivamente e sono presenti. Si interessano di tutto e raramente si sottraggono all’incarico assunto. Le uniche assenze che di solito riscontriamo, ma che allo stesso tempo giustifichiamo, sono quelle sul finire dell’anno, verso maggio, quando, specialmente per i ragazzi di quinta, la maturità inizia ad essere alle porte e gestire tutti gli impegni può diventare per loro complicato.

Così, abbiamo concluso ringranziando la Professoressa Miavaldi per la disponibilità e ci siamo impegnati a rielaborare tutto questo per voi. Un punto di vista diverso dal nostro di certo, magari sotto certi aspetti troppo severo ai nostri occhi, oppure pienamente condivisibile? Questo sta a voi deciderlo…

Giovanni Cingolani, IV B cl

 

Il Ricordo, il Rispetto

pray-for-paris

Tutti ormai siamo a conoscenza della disgrazia avvenuta a Parigi il 13 ottobre di quest’anno, del numero di morti, di feriti, del numero di attacchi, persino delle esplosioni e degli spari. Ciò che non ci è dato sapere sono, però, le sensazioni che quegli avvenimenti hanno prodotto in ogni singolo individuo: i pensieri balenati in testa agli spettatori del fatidico concerto diventato poi scena del crimine, la sorpresa negli occhi dell’anziano in lavanderia che stava solo aspettando i suoi panni puliti, la paura e l’angoscia del padre che non ha ricevuto risposta ad alcuna delle infinite chiamate rivolte alla figlia che si trovava in uno dei ristoranti attaccati. L’Europa, come molti altri paesi, soprattutto ultimamente, è stata teatro di una tragedia troppo vera, ma al contempo troppo surreale per non restarne scalfiti. Tutti i messaggi che mostrano solidarietà per Parigi e i suoi caduti, tutti quei post che citano Voltaire anche se semplicemente copiati e incollati sulle proprie pagine, tutte quelle immagini del tricolore francese condivise con i vari ashtag, non mostrano altro che paura e immedesimazione da parte di persone che si sentono in pericolo. I luoghi degli attacchi parigini sono ora ricoperti di fiori, di candele e di lacrime, ma quei fiori appassiranno, perderanno colore e forza, le fiammelle delle candele si spegneranno e le lacrime si assorbiranno, per questo i più pragmatici si chiedono: perché tutti questi atti intrisi di retorica? La risposta è semplice: questi piccoli gesti non servono per far tornare in vita coloro che l’hanno persa, nulla farebbe effetto, ma servono a noi, a noi che abbiamo avuto la fortuna di sopravvivere. Ci servono come fonte di ricordo, per esorcizzare il dolore, la paura. Dopo questa tragedia coloro che cercavano di essere diplomatici e nascondevano il proprio razzismo dietro stupidi soprannomi per tutte le persone di colore seguiti dall’immediata chiarificazione dovuta da un senso di colpa di facciata “ma io non sono razzista”, si sentiranno giustificati nel perseguitare la gente musulmana raggruppandola tutta sotto l’etichetta di terrorista. Questo è l’errore più becero che si possa fare. Qualsiasi fede, portata all’eccesso, diventa pericolosa, qualsiasi tipo di atteggiamento, portato all’estremo, si tramuta in minaccia. Dispiace sapere che brava gente venga giudicata da persone che non distinguono il premio Nobel dal premio Oscar e che affrontano la vita a compartimenti stagni. Questa tragedia ha suscitato una reazione da parte di tutti i politici europei, i quali continuano a ripetere luoghi comuni e frasi populiste per rassicurare la propria gente. “Non abbiate paura”- dicono – “è come darla vinta ai terroristi”. La paura c’è, una paura vivida dentro ognuno di noi, ma non possiamo smettere di vivere a causa di questa. Il coraggio non è la mancanza di paura, ma al consapevolezza che ci sia qualcosa di più importante e forte della paura stessa. Il minuto di silenzio che ha fatto tacere la nostra scuola poche settimane fa non è stato in funzione di qualcosa in particolare, ma è stato simbolo di rispetto, un rispetto che portiamo a tutte le vittime degli attacchi terroristici di questo 2015 che si è rivelato uno degli anni più sanguinosi di questo inizio di secolo.

Chiara Vittoria Borea, V A cl

Processo immaginario al Signor Nessuno feto-15-settimane.jpg

L’aula era buia, umida e fredda. I giurati si guardavano con fare inquisitorio, intirizziti nei loro giacconi di lana: nessuno era contento di stare laggiù, ma quel compito gravoso doveva essere assolto da qualcuno. Il mormorio, che riempiva il vuoto della sala, si spense all’ingresso del primo testimone. Avanzava piano, quasi volesse non essere sentito, si sedette esitante sul duro sedile di fronte al giudice, recitò un rapido giuramento, poi la prima domanda echeggiò dall’accusa. Una signora grassoccia si era alzata e procedeva a passi svelti verso il teste:”Nome e cognome, prego”. Imbarazzato, lo strano esserino rispose che non ne aveva mai avuto uno. La donna sogghignò. “Signor Nessuno, così ci costringe a chiamarla dal momento che non conosce il suo nome, cosa sa dirci di quella che potrebbe essere definita la sua breve vita?”. La replica non si fece attendere:” Poco o nulla, solo una grande sacca calda e morbida. Molto buio. La sensazione che sopra di me ogni tanto passassero come due comete, che sfioravano la superficie e portavano con sè una profonda gioia e un sentimento di appartenenza.” D’improvviso un singhiozzo sonoro si levò tra le file della difesa: una donna magra, con profonde occhiaie sotto gli occhi lucidi lo fissava intensamente. Aprì la mano, distese il braccio e lo allungò come a cercare un contatto con quella forma indefinita che stava parlando. ” Sì, due comete… Proprio come le mani di quella signora.” ” Capisco” sentenziò l’avvocato ” Cosa mi sa dire di quel brutale momento in cui tutto si è bruscamente interrotto?” ” Obiezione, vostro onore!” una voce potente si impose all’attenzione dell’arcigno giudice ” La domanda non è pertinente”, proseguì. A parlare era stato l’altro avvocato, quello della difesa; anch’ella donna, ma magra e nervosa. Uno svogliato “obiezione respinta” la costrinse a rimettersi a sedere. ” Non ho ancora realizzato cosa sia davvero accaduto. Mi sono solo sentito venire meno, come se il calore a poco a poco mi abbandonasse, poi il buio piacevole in cui mi trovavo si è trasformato in un’oscurità opprimente. Ora mi trovo qua, ma non saprei dire quanto tempo sia passato.” ” Lo potrebbe definire un momento doloroso, traumatico?” “Doloroso no, traumatico… Nemmeno. Forse solo destabilizzante. Quello che fino al momento prima mi sembrava la normalità, una positiva normalità, è cessato. Tutto d’un colpo.” Fruscio di fogli sistemati, rapido scambio di battute tra l’avvocato e il giudice, infine il momento del secondo testimone. La donna, emaciata e singhiozzante, che poco prima aveva interrotto il discorso dell’esserino, si alzò e con passo malfermo si sedette. Nello stesso posto: la sedia era ancora tiepida. L’avvocato attaccò ” Lei sa perchè è qui, vero? Sa di quale colpa si è macchiata?”. La voce suonò altezzosa e piena di sdegno. Tremante accennò un assenso col capo. ” Parli”. Ritrovando un po’ di sicurezza rispose che sì, lo sapeva, ma che se amare troppo un figlio era un delitto allora lei era colpevole, anzi colpevolissima e che la piantassero con questa pagliacciata del processo. L’avvocato tuonò ” Lei ha la sfacciataggine di considerare una pagliacciata una nuova vita, stroncata ancora prima di poter ammirare le bellezze di questo nostro mondo, solo per un calcolo sterile? Per la vana pretesa che un misero essere umano possa decidere in vece di un Dio onnipotente?” Silenzio in aula, la giuria prendeva appunti. ” Chi è lei per poter stabilire il grado di felicità di quella vita in potenza? Chi è lei per poter sostituire una volontà superiore, di quali poteri, dunque, è dotata per poter prevedere lo sviluppo di una vita che era ancora un’incognita? Se il Dio ha deciso di dare la vita, chi crede di essere lei per poter ostacolare la concessione di tale dono?”

” Quale società che si definisca civile, può ammettere che vi siano delle leggi in tutela di un simile crimine, chi può essere così scellerato da ammettere che nascondere l’efferatezza di un tale gesto, che va contro il buon senso della dignità umana, dietro paroloni eufemici come “aborto terapeutico” o “pianificazione famigliare”, possa diminuirne la gravità? Stiamo parlando di persone che giocano con la vita. Che credono che la vita sia nelle mani di chi la vive e non patrimonio di chi la concede. Signori giurati, signor giudice, se voi ora concederete a questa donna la possibilità di dichiararsi innocente, condannerete al dimenticatoio migliaia e migliaia di bambini, e il numero sarà sempre maggiore e crescerà fino a divenire incalcolabile. Ho concluso, vostro onore.” L’atmosfera si era riscaldata e la giuria sembrava propensa a dar ragione all’accusa: cenni di approvazione si diffondevano tra i giurati. Restava però, l’intervento della difesa. L’avvocato dai modi stizzosi, noncurante del monologo del collega e rivale, si mosse in direzione del banco degli imputati e con voce aspra disse ” Può descriverci le sensazioni precedenti e successive la scelta di abortire?” ” Contrariamente a quanto si crede, abortire non è mai una scelta facile nè tanto meno presa con leggerezza. Potrebbe sembrare un decisione egoista, perché quello che tu hai in grembo è un intralcio, un affare scomodo di cui liberarsi per tornare alla quotidianità. Se la nascita di un figlio è una rivoluzione, altrettanto, se non di più, lo è la morte. Soprattutto se l’hai programmata tu. Spesso l’aborto è la conseguenza di un rifiuto per una vita che è nata da una violenza o dalla paura per una malformazione del feto, perché, come tutte le mamme, anche quelle che scelgono di abortire pongono al primo posto gli interessi del proprio figlio. Che vita avrà se io non ho la stabilità economica per poterlo mantenere e assicurargli di crescere in un ambiente sereno? Che vita può esserci agli occhi di una madre, che prima di essere madre è donna, se il bambino è stato concepito dopo un abuso? Quale incognita può essere la felicità e la realizzazione di un figlio con dei problemi di malformazione? Non giudicate frettolosamente quelle donne che, nel dolore immenso della scelta, si trovano a non poter esercitare un loro diritto sancito per legge, perché oggetto di velenose critiche, additate come persone indegne. Giurati, vostro onore, non illudetevi che l’abolizione di quelle leggi che legalizzano l’aborto favorisca l’abbandono di questa pratica: ancora oggi, il tasso degli aborti clandestini è molto alto. Assicurare assistenza psicologica, medica e sanitaria ad una madre che si decide a compiere questo difficile passo significa salvaguardare la vita della madre e la dignità del feto. Non illudetevi, dunque, che tutto si cancelli, non chiudete gli occhi davanti ad una grande questione, non lasciatevi trasportare dalla morale. Agite con intelligenza.” Grande brusio, la seduta fu aggiornata.

L’intento principale di questo micro-racconto è quello di presentare senza utilizzare grandi numeri ed ingombranti dati statistici la questione dell’aborto. Il dibattito, sopito nel corso degli ultimi decenni è tornato molto attuale qualche settimana fa, quando il gigante orientale, la Cina, ha varato una riforma che aumentava il numero massimo dei figli da 1 (preferibilmente maschio), a 2 (di cui almeno uno maschio). La politica del figlio unico fu adottata verso la fine degli anni ’70 del secolo scorso, come metodo per allentare la pressione demografica. Al di là della giustificazione per legge di inumane barbarie nei confronti di quelle donne che non si fossero attenute al divieto, questa manovra si è dimostrata miope in quanto non ha tenuto conto di importanti ricadute nei decenni successivi. Complice un diverso tasso di sviluppo e benessere economico, la Cina si avvia verso lo stallo dei paesi europei: un aspettativa di vita molto alta (attualmente si aggira attorno ai 75 anni), un tasso di natalità inferiore a quello che consente di mantenere costante la popolazione, un generale aumento dell’età media. Con un paese che sta rapidamente invecchiando, il governo cinese corre ai ripari e tenta di disincagliare il paese dall’impasse in cui si sta cacciando.

ivgfoto1.jpg

Se in Cina possibilità di dissenso non ce n’è, in Italia, ancor oggi, si discute sul tema dell’aborto e sulla sua valenza morale. Decadenza dei costumi o atto di libertà di poter disporre del propio corpo? Il popolo italiano, all’atto del voto del referendum nel lontano 1981 si espresse favorevole a tale diritto, se non altro per strapparlo alla pratica clandestina o delle cliniche costose che agivano contro legge. Se è vero che da un lato la legittimazione dell’aborto ha aiutato molte donne a vivere questa dolorosa esperienza, dall’altro resta aperta la questione etica, se quell’insieme di cellule sia davvero vita o no. Stato e Chiesa, ancora una volta, divergono…

Mariachiara Squillaci, V A cl

 

Rimedi letterari per ogni malanno

Guarire dall’eiaculazione precoce con un libro

L’esoterismo ha un nonsochè di affascinante. Appena gli astri e la
Luna sono favorevoli (consiglio il mercoledì, giorno di Odino, per andare sul sicuro), si spiega un telo di lino e vi si appoggiano le rune: si inizia a meditare proiettando l’energia sulla Terra e il gioco è fatto. Hai ottenuto la vita eterna e l’anatroccolo domestico che tanto volevi! Eppure ci sono ancora quei due problemucci che ci assillano e che apparentemente neanche un intruglio di acqua benedetta, verbena e mirra riesce a risolvere… Niente paura: non c’è bisogno di lingue strane e magiche, basta l’italiano di tutti i giorni.

Le parole sono da sempre state considerate dono degli dei. “Già gli antichi conoscevano il potere lenitivo delle parole e affidavano loro proprietà taumaturgiche che noi abbiamo dimenticato o misconosciuto. Ogni libro vero e veramente letto ci lascia nella memoria una cicatrice invisibile, un segno permanente che dura tutta la vita.” E il passo seguente è semplice: i libri possono curare come la più efficace campagna preventiva o il più rinomato psicologo. Si sa che il malato è tale, anche e soprattutto, a livello mentale. Quindi perché non approfittare di una giornata uggiosa per prendere un buon romanzo, spiaggiarsi sul divano con una cioccolata calda e una coperta e iniziare a guarire?

Ella Berthoud e Susan Elderkin sono due argute scrittrici inglesi che hanno messo in campo la loro vastissima conoscenza letteraria per darci uno speciale ricettario. “Curarsi con i libri, rimedi letterari per ogni malanno” ha davvero soluzioni per tutti: per ogni problema vengono proposti uno o più titoli che attraverso la loro storia possono aiutare a riflettere e a superare i momentacci della vita. Sono più di 500 le malattie prese in esame, da quelle vere e proprie come irritabilità dell’intestino, alopecia, emorroidi e cancro, a quelle prettamente psicologiche come sentirsi deformi, sentirsi diversi, pessimisti, invidiosi o maniaci del controllo. Ma non ci sono solo queste: se si nota all’improvviso di indossare una cravatta macchiata, di essere troppo british, di odiare il lunedì mattina con il ritorno a scuola, di essere allergici all’autostrada o di trovarsi in una sala d’attesa, ecco pronta la soluzione

Paura della morteFullSizeRender.jpg

Ogni tanto si ripresenta, eternamente stipata in un angolo e sempre pronta ad ogni buona occasione a sgattaiolare in primo piano nei nostri pensieri. E quando succede di certo non è piacevole. Le nostre autrice consigliano un romanzo che dell’angoscia fa una risata: “Rumore bianco” di Don DeLillo. La paura della morte in effetti è un rumore muto, un ronzio impercettibile e il protagonista Jack Gladney, professore di Studi Hitleriani, lo sa perfettamente. Anzi, quando si ritrova a pensare al giorno della propria fine e a quello della moglie Babette “spera segretamente che tocchi prima a lei”. Attraverso l’esasperazione comica delle ansie del professore, DeLillo “esplora ogni possibilità, filosofica o meno di superare la paura della morte, dal cercare protezione nella folla al credere nella reincarnazione.” Ottimo romanzo, insomma, per avere un attimo di sollievo da questo fastidioso male.

Razzismo

Dopo la tragedia parigina del 13 novembre è estremamente facile cadere in tentazione e addossare le colpe di alcuni su un gruppo intero di fedeli. Cosa più sbagliata non c’è e la ragione, conscia, suggerisce timidamente di non generalizzare, eppure a volte un aiutino fa sempre bene. “Uomo invisibile” di Ralph Ellison, un “romanzo blues”, è pronto a essere letto. Prima che il sogno di Martin Luther King diventasse parte della Storia e prima che la coraggiosa Rosa Parks rivendicasse i propri diritti di essere umano su quel famoso autobus, Ellison pubblicò eroicamente il proprio scritto. Il protagonista, un uomo nero appunto, sfrutta la sua condizione di invisibilità, dovuta alla tendenza altrui di ignorare la sua esistenza, per vivere senza pagare l’affitto. Di notevole cultura, perspicace e arguto, il protagonista denuncia la segregazione razziale con sottile ironia. Romanzo fluido, violento ed elegante, ottimo per “vedere se stessi per quello che si è e gli altri allo stesso modo”.

Eiaculazione

Affligge il 64% della popolazione maschile, non poteva passare inosservato alle nostre autrici, che addirittura piangono per chi soffre di questo disagio. Di certo la frustrazione e lo stress continui non possono che avere risvolti peggiori con il tempo, per questo è meglio agire in fretta con “Pamela” di Samuel Richardson. In quanto passaggio obbligato nel programma di letteratura inglese, è impossibile non incrociare questo romanzo. Forza e coraggio: la continua resistenza della protagonista Pamela, una “sfacciata donnetta, troppo umile e meschina”, nei confronti del pover’uomo che troppo la desidera, allenerà di certo la tua volontà “a resistere alla tentazione di giungere troppo presto al compimento”.

Dipendenza da internet

C’è chi la considera una deplorevole malattia e in effetti ogni tanto c’è bisogno di scollegarsi dal magico mondo di Internet. E non sarà certo per poco, perché il libro che ci viene proposto è uno di quei bei romanzi soddisfacenti di 700 pagine scritte in corpo 7. John Cowper Powys, pubblicando il suo “Wolf Solent” nel 1929, di certo voleva metterci alla prova, ma ha fatto male i conti: “lettura inebriante […] sensuale, erotica, con totale coinvolgimento della mente e del corpo”, scorre veloce ed è difficile fermarsi. Il poco attraente Wolf decide di allontanarsi dalla routine della città per tornare al suo villaggio natale: lì si troverà ad amare due donne e a vivere ogni sensazione primordiale nei colori della natura in fiore. Le autrici assicurano che “farà tornare in piena efficienza il vostro cervello”.

Bisogno di un pianto

O ci si butta nell’alcol, o si sfoderano le lamette, o si ascolta una struggente canzone a tutto volume (attirandosi a buon diritto le occhiate di tutti i passeggeri dell’autobus che, sì, stanno proprio giudicando i vostri dubbi – e depressi – gusti) oppure ci si affida ad un libro. Il mio consiglio, ovviamente, è puntato su quest’ultimo. Per soffrire più a lungo. Le nostre autrici consigliano la lettura con un pacco di fazzoletti e un bicchierino di brandy (non vodka, mi spiace, c’è un limite alla depressione autoinflitta). Ben dieci sono i titoli proposti: “La ragazza di Bube” di Cassola, “L’amore ai tempi del colera” di Márquez, “La ciociara” di Moravia, “Un giorno” di Nicholls, “Gli addii” di Onetti, “Ragazzi di vita” di Pasolini, “Il dottor Živago” di Pasternak, “Cyrano de Bergerac” di Rostand, “Il postino di Neruda” di Skàrmeta e “La scelta di Sophie” di Styron. Unica raccomandazione: maneggiare con prudenza.

Irene Zanardi, V A cl

 

Daphne

362.jpg

In questo luogo, dove da fanciulla fui trasformata in pianta per preservare la mia castità, osservo, immutata e immutabile, lo scorrere delle stagioni. Adoro l’estate.
Nel mio recinto sacro le vergini si rallegrano, iniziano a ornarsi il capo con fiori, l’erba rinvigorisce, le piante diventano lussureggianti, gli animali escono dalle tane con i loro cuccioli e giocano.
Il carro di Elios mi scalda le fronde e mi rinvigorisce con la sua luce, mio padre Peneo mi disseta con le sue acque, i venti spirando dolcemente mi rinfrescano. Io vedo la natura risvegliata, gli alberi con le loro gemme crescono, i fiori sbocciano, le vergini mi danzano intorno con piccole gocce di sudore che scorrono sui loro corpi ancora giovani e belli.
Giunge adesso il dio Apollo, e inizia a parlarmi: << Ti piace l’estate, mia amata Dafne? Gradisci il tuo giardino, mia sposa fuggita? Uomini forti ed eroi valorosi giungono fin qui solo per vederti, per versarti offerte, affinché tu interceda in loro favore presso me; lo sai, ogni tuo desiderio è un ordine per me.>>
Oh, Apollo, tu sai che il mio cuore è reso duro dalla freccia scoccata da Cupido, come il tuo è ardente di passione. Sai anche quanto mi piaccia tutto ciò che facesti per me, su consiglio del padre mio.
Il luogo, che non è mai troppo caldo.
Le fanciulle che si prendono cura di me e rifiutano ogni offerta amorosa.
Gli uccelli che volteggiano nell’aria e si posano cinguettando sulle mie fronde.
Le volpi, le lepri, i caprioli, i lupi, che si aggirano intorno alle mie radici.
Mi fa piacere anche il corvo che hai posto come guardia nell’eventualità alcuno volesse arrecarmi offesa.
Sei così gentile, anche se non ti rispondo, anche se ti ho rifuggito.
Mi pare che il mio duro cuore di ghiaccio si stia ammorbidendo e scaldando.
Forse è l’estate.

Questo racconto è giunto in redazione da autore ignoto. Speriamo che prosegua a vergar carta e trovi il coraggio di manifestarsi (n.d.r.).

Buon Natale 2015!

Una piccola sorpresa animata!

Cliccate sul link, vi scaricherà un file come presentazione di Microsoft Office PowerPoint (.ppsx); apritelo, cliccate sullo schermo e…

BuonNatale2015!